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Batterie
Riciclare è d’obbligo

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Riciclare è d’obbligo
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C’è ancora vita, per una batteria esausta? O, meglio, che cosa faremo degli accumulatori di milioni di auto elettriche (sei soltanto in Italia nel 2030, secondo le previsioni – probabilmente ottimistiche – del Pniec, il Piano nazionale per l'energia e il clima), una volta giunti al termine del loro compito precipuo? La domanda, anzi le domande, sono più che legittime. Anche perché ricorrono sulle labbra di chi, refrattario alle Bev, solleva ogni tipo di obiezione o preoccupazione per enfatizzare gli aspetti negativi della loro diffusione.

Impegno comune. È ovvio che del tema ci si sta occupando e anche a più livelli. Lo sta facendo l'Unione Europea, elaborando direttive (ancora in fase d'evoluzione, per diversi profili) che normeranno questo aspetto, in verità delicato: nessuno vuole riempire il pianeta di altre montagne di rifiuti elettronici, stanti i miliardi di smartphone, computer, tablet e device vari che già si devono smaltire (a un ritmo ben più vertiginoso di quello previsto per il futuro delle auto). Ma lo stanno facendo anche i consorzi che si occupano della gestione e del riciclo dei rifiuti più "delicati" dal punto di vista ambientale. E pure i produttori stessi delle batterie. I motivi che inducono quest'ultimi ad affrontare tempestivamente la questione sono facilmente immaginabili.

Recuperare conviene. Innanzitutto, i vantaggi economici: recuperare i materiali costosi e scarsamente diffusi nel pianeta impiegati nella fabbricazione degli accumulatori, per poterli riutilizzare, significa conseguire risparmi significativi. Nelle batterie, non dimentichiamolo, si trovano elementi pregiati come litio, cobalto, grafite, nichel e rame, che vale sempre la pena di riutilizzare. Poi, gli obblighi imminenti, che – come dicevamo – arriveranno anche dalla UE: le direttive prevederanno che negli accumulatori sia presente una certa quantità di materie prime riciclate, per le immaginabili ragioni di salvaguardia del pianeta. L'economia circolare impera e l'auto elettrica non può certamente sottrarsi a questa logica: anzi, è chiamata a dare una sorta di buon esempio.

Serve purezza. Fin qui, tutto bene. C'è, però, un aspetto non trascurabile ancora da considerare. La vita delle batterie agli ioni di litio utilizzate sulle auto elettriche è lunga e prosperosa: anche alla fine del loro ciclo di utilizzo primario, ipotizzato in almeno un decennio, è possibile continuare a impiegarle in servizi meno impegnativi, ma non meno utili, come l'accumulo dell'energia ottenuta con gli impianti fotovoltaici domestici. Il passo successivo (o precedente, se si vuole passare direttamente al riciclo) è, però, piuttosto complesso. Lo spiegano, per esempio, gli esperti della PerkinElmer, colosso tecnologico attivo in innumerevoli aree e, in particolare, in quella dell'analisi e del testing dei materiali, che assiste diverse imprese in questo compito: è necessario, infatti, esaminare accuratamente la qualità degli elementi recuperati, per accertarne il grado di purezza. Il problema non si pone per alcuni materiali come i polimeri degli involucri, i primi a venire recuperati con un'operazione di "schiacciamento" dei contenitori. Diverso è, tuttavia, il caso degli elettroliti, che pure possono

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