La bomba l'aveva lanciata solo pochi giorni fa, come sempre tramite i suoi amatissimi tweet, ai quali i suoi stessi follower non sanno mai quanto dare credito. Solo che questa volta aveva rincarato la dose: "Oggi ho annunciato che sto pensando al delisting (uscita del titolo dalle negoziazioni di Borsa, ndr) della Tesla ricomprando le azioni a un prezzo di 420 dollari per ognuna. Volevo rendervi partecipi del mio ragionamento e del perché penso che questo sia il miglior percorso da seguire", aveva scritto Elon Musk in una lettera ai dipendenti. Pur avendo usato il condizionale, il tiitolo della Casa californiana si era immediatamente impennato, fino all'11% a quasi 380 dollari ad azione.
Attacco agli investitori. Nei giorni successivi, comunque, le quotazioni erano di nuovo scese, soprattutto a causa dei dubbi sul finanziamento dell'operazione (erano arrivate smentite, per esempio, da fonti vicine al fondo sovrano dell'Arabia Saudita, il Public Investment Fund). Così un paio d'investitori hanno deciso di fargli causa. Uno di questi, Kalman Isaacs, non ha usato mezzi termini, affermando che l'annuncio era mirato a lanciare un "attacco nucleare" volto a decimare completamente i venditori allo scoperto. Anche William Chamberlain ha deciso di passare alle vie legali, accusando la Tesla e il suo Ceo di violare le leggi federali sui titoli, avendo spinto il prezzo delle azioni con false dichiarazioni. Per il momento non ci sono commenti ufficiali da parte di Musk, ma sembra che si sia mossa anche la Securities and Exchange Commission (Sec), per verificare la fondatezza delle accuse.
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