La Cina impone la fine della guerra dei prezzi che dal 2023 destabilizza il mercato automobilistico più grande del mondo: secondo Bloomberg, infatti, Pechino è intervenuta fissando il divieto di vendite a costi inferiori a quelli di produzione. Promozioni così aggressive da ridurre al lumicino i profitti. L’obiettivo è evitare il fallimento di massa dei piccoli produttori, che non dispongono delle economie di scala necessarie per reggere la corsa sfrenata verso i prezzi stracciati.
Stop alla spirale negativa
Se infatti giganti come BYD e Geely reggono una simile battaglia sul lungo periodo, esiste il rischio che le Case minori, per risparmiare, compromettano gli investimenti in ricerca, sviluppo e sicurezza delle vetture elettriche e ibride plug‑in. Una pressione finanziaria con effetti a catena, come le continue richieste di sconti ai fornitori.
La definizione di costo di produzione
Il costo di produzione sotto il quale le Case cinesi non possono scendere è dato dalle spese di fabbricazione di un modello, più quelle amministrative, finanziarie e commerciali.
La stretta riguarda anche i periodi di prova gratuiti dei servizi software: proibito trasformare in abbonamenti a pagamento le funzionalità non indicate al momento dell’acquisto.
Cambiano le priorità
Una sorta di fase due della superpotenza asiatica, che passa dal target della crescita volumetrica a quello della stabilità strutturale negli anni, con tutti i costruttori impegnati a produrre veicoli di qualità.
Azione strategica parallela: salari migliori
In parallelo, Pechino vuole stimolare una domanda interna di auto più forte alzando i redditi disponibili: incentivi per i lavoratori migranti a stabilirsi nelle città con salari superiori, miglioramento di sanità e pensioni. Lo Stato punta a ridurre il risparmio precauzionale dei cittadini meno abbienti, spingendoli a impiegare quelle risorse per comprare vetture nuove.
L’intento è anche quello di rendere le Case il meno dipendenti possibile dalle vendite all’estero. I funzionari governativi mirano quindi a trasformare il mercato interno come motore principale della crescita, riducendo la vulnerabilità rispetto a dazi di altri Paesi e crisi globali. Un antidoto al crescente protezionismo anti Cina di Stati Uniti e Unione Europea.
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