Oltre a tuoni e fulmini, a scuotere la domenica di Miami è stata un’altra perturbazione, quella scaturita dalle parole del presidente della FIA, Mohammed Ben Sulayem, che è tornato a parlare apertamente di motori V8 come ipotesi regolamentare concreta per il prossimo ciclo tecnico della Formula 1. Dopo le lamentele di alcuni piloti, tra cui la voce grossa di Max Verstappen, il presidente ha anticipato che c’è la volontà della Federazione di abbandonare l’attuale filosofia turbo-ibrida per tornare a un motore più semplice e meno costoso da sviluppare.
Perché proprio il V8
Questa volta non sembra esserci solo un’operazione nostalgia ai piani alti della Federazione. Ben Sulayem ha escluso, almeno nella sua lettura, l’ipotesi più romantica dei V10: troppo lontani dalla produzione attuale, troppo poco coerenti con ciò che i costruttori continuano a utilizzare sulle auto stradali. Il V8 viene presentato come l’architettura più logica: diffusa, relativamente semplice da gestire, capace di garantire sound, peso contenuto e minore complessità.
Il ritorno a un motore aspirato non significherebbe necessariamente un salto indietro nel tempo. Nella visione della FIA ci sarebbe comunque una componente elettrica, ma molto più piccola rispetto a quella prevista dal regolamento 2026. Non più una ripartizione vicina al 50% tra motore termico e parte elettrica, ma un sistema in cui il protagonista tornerebbe a essere il propulsore a combustione interna, alimentato comunque con biocarburanti.
Per gli appassionati, il primo effetto evidente sarebbe il rombo. I turbo ibridi hanno inevitabilmente attenuato la voce delle power unit moderne, trasformando la Formula 1 in una disciplina tecnicamente sofisticatissima ma meno viscerale di una volta. Un V8 aspirato restituirebbe parte di quella componente fisica che per anni ha fatto parte dell’identità del campionato: il rumore che riempie l’autodromo, che copre le conversazioni nel paddock, che rende immediatamente riconoscibile una monoposto anche prima di vederla.
Il tema dei costi
Il secondo tema è economico. Le power unit moderne sono gioielli di ingegneria, ma anche oggetti estremamente costosi. Il regolamento 2026 nasceva con l’obiettivo di semplificare, eliminando la MGU-H e aumentando il peso della parte elettrica. In teoria doveva rendere il sistema più accessibile, ma nella pratica ha obbligato i motoristi a investimenti enormi in software, gestione dell’energia, batterie, raffreddamento e strategie di deployment lungo il giro.
Dalle tribune, tutto questo si vede poco. Il pubblico percepisce una F1 complicata, in cui una parte decisiva della prestazione è legata a parametri invisibili, sicuramente affascinanti per gli ingegneri e fondamentali per i costruttori, ma difficili da raccontare allo spettatore medio.
Un V8 con ibridazione minima, almeno sulla carta, ridurrebbe peso, complessità e necessità di raffreddamento. Potrebbe anche riportare le monoposto verso una dimensione più agile, tema che da anni accompagna le discussioni sul futuro della F1.
Il ritorno dei V8 fa rumore: la FIA sfida i costruttori
La Formula 1 odierna è ostaggio dei costruttori, gli stessi che hanno voluto e votato l’attuale ciclo regolamentare. Perché, al di là di qualsivoglia ispirazione, c’è da tenere conto che questa categoria ha inseguito per anni i costruttori e ora vive di equilibri industriali. E qui la posizione di Ben Sulayem rischia di scontrarsi con interessi molto forti.
I motoristi hanno appena investito cifre importanti sul regolamento 2026. L’Audi è entrata ufficialmente in F1 proprio su quella base tecnica. La Honda ha scelto di restare legandosi al progetto Aston Martin. La stessa Mercedes continua a costruire la propria identità sportiva e industriale attorno all’ibrido. Sicuramente la Ferrari potrebbe avere una posizione più flessibile, ma resta comunque parte di un sistema che ha lavorato per anni sulla direzione attuale. Diverso il discorso per Ford e Cadillac, più aperte all’idea di un V8. Per i due marchi americani, il V8 rappresenta un’architettura con ancora valore tecnico, commerciale e culturale.
Ma pensare di imporre un V8 aspirato con minima elettrificazione a chi ha costruito il proprio ingresso o la propria permanenza sulla promessa dell’ibrido avanzato sarebbe un atto politicamente molto pesante. Per alcuni, quasi una dichiarazione di guerra.
Il nodo del 2030
La data indicata da Ben Sulayem è il 2030. Un anno prima del naturale avvio del successivo ciclo regolamentare, fissato al 2031. La scelta non è casuale. L’attuale Concorde Agreement scade proprio nel 2030 e, dopo quella data, gli assetti di governance della Formula 1 dovranno essere ridefiniti.
Formalmente, la FIA ha il potere di scrivere i regolamenti tecnici dal 2031 in poi. Il presidente lo ha ricordato con toni molto netti: se i costruttori non saranno d’accordo, la Federazione potrà comunque procedere. Il punto, però, è un altro. Scrivere un regolamento è una cosa; convincere team, motoristi, Formula 1 e partner commerciali a sottoscrivere quel futuro è un’altra.
La storia insegna che la F1 è abituata ai bracci di ferro. Minacce di scissione, accordi trovati all’ultimo, posizioni durissime usate come leva negoziale: fa tutto parte del suo linguaggio politico. In questo senso, le parole di Ben Sulayem potrebbero essere lette anche come una mossa tattica. Alzare il livello dello scontro per costringere i costruttori ad accettare almeno un compromesso: meno ibrido, più centralità del termico, regole meno costose e meno dipendenti dalle esigenze dei grandi gruppi automobilistici.
Nostalgia o strategia?
La tentazione sarebbe liquidare tutto come operazione nostalgia. Sarebbe però una lettura parziale, perché la discussione sui V8 intercetta un problema reale: la Formula 1 vuole restare una piattaforma tecnologica per i costruttori, ma non può diventarne prigioniera.
Negli ultimi anni, la categoria ha attratto nuovi marchi proprio grazie alla promessa dell’ibrido e dei carburanti sostenibili. Ma la stessa complessità tecnica che rende interessante la F1 per l’industria rischia di allontanarla dalla sua essenza sportiva.
Il ritorno dei V8, quindi, è da leggere come la provocazione della FIA che ha intercettato i dubbi e ora si chiede: che cosa deve essere la Formula 1 dopo il 2030? Un laboratorio spinto di elettrificazione, coerente con una parte dell’industria automobilistica, o uno sport che recupera semplicità, spettacolo e identità sonora senza rinunciare del tutto alla sostenibilità? Per dare una risposta a questa domanda, occorre anche guardare a quello che sta facendo la Formula E, con l’introduzione della Gen4 che riscriverà tutto ciò che conosciamo finora sul motorsport elettrico.
Per ora, i V8 vanno intesi come una pressione politica e una possibile direzione regolamentare. La FIA sembra voler accelerare, ma attorno al tavolo ci sono costruttori con interessi divergenti e investimenti già avviati sul ciclo 2026.
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