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Dallara
Le patatine di Indianapolis

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Se la regola non scritta del business è che, per essere tale, un affare lo devono fare tutte le persone coinvolte, nel caso che ha definitivamente e indissolubilmente legato la Dallara alla Indy Racing League (IRL, oggi Indycar) il tema era un pochino più complesso: e cioè di fare in modo che tre Tir di patatine facessero vincere a una Dallara la sua prima 500 miglia di Indianapolis.

Parte tutto da Cheever. Ma procediamo con ordine. È il 1997 e la Dallara fornisce i telai ad alcune squadre della IRL dividendosi i team con l’altro costruttore, la britannica G-Force con sede nel Wisconsin che, con una vittoria ottenuta al debutto nella serie, appare più accreditato. La Dallara, più conosciuta nel resto del mondo che negli Usa per i successi ottenuti in F.3, è però nei desideri di Eddie Cheever, americano di Phoenix cresciuto in Italia, già pilota di Formula 1 e da un paio d’anni titolare e driver di punta del team Cheever Racing. Avendo corso a lungo in Europa, lui la Dallara la conosce bene e, oltre che con l’ingegnere, ha ottimi rapporti con la figlia, l’esuberante Caterina (purtroppo prematuramente scomparsa, ndr), che ha il compito di sviluppare la rete commerciale negli Stati Uniti. Il rapporto tra i due è molto chiaro e paritetico, nonostante la giovane età di Caterina, allora trentaduenne, che, con sorpresa di Cheever, accetta di fornire al pilota un telaio Dallara rimandando il pagamento alla conclusione della 500 Miglia.

Pagamento in patatine. Una grande boccata di ossigeno per il team ma ancora non sufficiente a coprire gli importanti costi di gestione. È allora che interviene Rachel’s Chips, una giovane azienda produttrice di patatine desiderosa di debuttare nel mondo delle corse. L’accordo tra il potenziale sponsor e il team Cheever ha però una clausola particolare: il pagamento non avverrà in danaro ma in prodotto. A quindici giorni dalla corsa, Cheever non può che accettare e da quel momento parte una sfida contro il tempo che fa il paio con quella della ricerca in pista della migliore performance. A offrire la soluzione provvede un altro grande personaggio delle corse Usa, John Menard. Miliardario, filantropo e grande appassionato di motori, Menard è il proprietario di una delle più grandi catene americane di prodotti per la casa, un impero che lo piazza tra gli uomini più ricchi d’America. Avendo nel tempo corso anche per il team Menard, Cheever ha un canale privilegiato col patron che, dopo averlo ascoltato, si prende carico della distribuzione dei tre enormi camion carichi di patatine, contando anche sul ritorno pubblicitario che il marchio Rachel’s avrebbe ottenuto dalla partecipazione alla Indy500.

Si parte con un tamponamento. Il resto è storia, anzi cronaca. Perché, anche se sugli ovali non si può mai sapere come finisce, essere tamponati al primo giro, sfiorare i muretti che circondano l’Indianapolis Speedway, tornare ai box per cambiare le gomme e ripartire ultimo, non è proprio la partenza che Cheever aveva sognato. Ma la Dallara motorizzata Oldsmobile andava che era un piacere: stabile, sicura e velocissima, rosicchiava posizioni su posizioni. Neppure una ripartenza affrettata da uno dei pit stop di rifornimento, con il rischio di trascinarsi dietro tubo e pompa oltre al meccanico, e il degrado estremo delle bielle, arrivate in fondo quasi tutte crepate, impedirono a Eddie Cheever e a Dallara di ottenere la prima, storica affermazione alla mitica 500 Miglia di Indianapolis. Era il 24 maggio 1998 e da allora i trionfi Dallara a Indianapolis hanno iniziato a essere una costante. E quella vittoria, nata dal tentativo di far convergere gli interessi di tutti, diede un’inaspettata visibilità alla giovane Rachel’s Chips, fece rendere l’investimento di Menard e soddisfò la lungimiranza di Caterina Dallara. Insomma, tutti contenti. Come dire, un business perfetto.

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