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Bonometti (Omr): "La componentistica rischia di finire dimezzata"

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Bonometti (Omr): "La componentistica rischia di finire dimezzata"
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"Siamo favorevoli alla decarbonizzazione, ma auspichiamo la neutralità tecnologica per poter esprimere al meglio le nostre competenze. E soprattutto vanno ridiscussi i tempi di realizzazione del green deal europeo, perché scadenze così ristrette rischiano di mandare ko il 50% del settore della componentistica. Con tutte le conseguenze in termini di tagli di posti di lavoro e di tensioni sociali”. Non usa giri di parole Marco Bonometti, presidente delle Officine Meccaniche Rezzatesi, nel corso di un colloquio con il direttore di Quattroruote, Gian Luca Pellegrini, sul palco-bus di Mission Restart a Imola.

Mesi decisivi. L’imprenditore, a capo di un’azienda familiare arrivata alla terza generazione e forte di 3.200 dipendenti e 16 stabilimenti, ritiene che i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro del comparto italiano. “Con Draghi premier è cambiata la percezione del Paese a livello mondiale: l’Italia ha riconquistato un ruolo di guida e indirizzo. E nell’auto stiamo cercando di riprenderci responsabilità industriale. Ma dobbiamo ancora affrontare e risolvere alcune forti criticità”. Bonometti sottolinea come l’Europa sia penalizzata per una serie di scelte sbagliate dettate da impulsi ideologici che hanno finito per penalizzare l’automotive oltre le sue responsabilità sul fronte dell’inquinamento e delle emissioni e che soprattutto hanno ridotto la competitività delle aziende europee nel confronto con quelle americane e asiatiche dove le regole sono più lasche e più corporate friendly. “E poi c’è un problema tutto italiano che è quello della mancanza di un produttore nazionale, specie ora che FCA è diventata una costola di Stellantis. Se in un Paese si producono meno di un milione di auto, per un componentista è dura fare margini”.

Un patto europeo. Dunque, secondo Bonometti, occorre che la filiera europea faccia squadra per sensibilizzare la politica sulle conseguenze di decisioni troppo avventare e dai tempi di applicazione che possono rivelarsi controproducenti per l’industria. “Nella componentistica le aziende italiane, francesi e tedesche si stanno già allineando perché hanno focalizzato che il problema è comune. Dobbiamo difendere business e interessi che sono sovranazionali e lo dobbiamo fare con un’operazione di sistema che ci consenta di esercitare le giuste pressioni sulla politica restando nelle regole del gioco”. Le aziende mettono sul piatto le loro competenze, la loro attività di ricerca sempre più orientata verso la digitalizzazione e la tecnologia, il loro impegno nella formazione di nuove professionalità e nella riqualificazione degli addetti, ma “devono convincere le istituzioni della necessità di conservare volumi e redditività. Perché solo così si tutelano anche i posti di lavoro. La politica ha cavalcato le nuove mode, i costruttori tedeschi hanno abbassato la testa per rifarsi una verginità dopo il dieselgate, ma adesso è arrivato il momento di reagire. Ci vuole il coraggio di dire: sì all’elettrico, ma sì anche alle alimentazioni più classiche, che grazie alla tecnologia non sono meno pulite. E sì anche alla ridiscussione delle scadenze 2025, 2030 e 2035 sulla decarbonizzazione”.

Cina, chip e materie prime. Fare sistema significa anche controbattere all’offensiva cinese. “Con l’elettrico Pechino, grazie al semi-monopolio nelle materie prime, si è appropriata di un primato. La nostra sfida deve essere mirata a riprenderci quel primato anche cercando soluzioni alternative. Ma bisogna lavorare insieme”. E i rincari generalizzati delle stesse materie prime? “Alcune aziende riescono a ribaltare gli extra costi sul cliente finale, altre no. Adesso siamo arrivati a una tensione limite ma mi auguro che si tratti di un picco speculativo preludio di una successiva stabilizzazione, come già sta accadendo per leghe leggere e ghisa. E il discorso è ripetibile anche per i chip”, conclude Bonometti.

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