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Plug-in (1)
Autonomia e ricarica, due fattori importanti

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Soluzione riservata fino a qualche tempo fa a una manciata di vetture premium, negli ultimi tempi l'ibrido plug-in è stato adottato da un numero consistente di marchi, compresi quelli generalisti: Citroën, Cupra, DS, Ford, Hyundai e Kia, Jeep, MG, Mini, Mitsubishi, Opel, Peugeot, Renault, Seat, Skoda, Toyota e Volkswagen hanno in listino almeno un modello a doppia propulsione con la spina.

Che cosa considerare. Se la scelta è ampia, con un range di prezzi che parte dai circa 34 mila euro della Captur per arrivare agli oltre 215 mila della più costosa tra le Porsche Panamera, i dubbi da risolvere, prima di decidere l'acquisto di una plug-in, sono quelli di sempre: questo tipo di ibrida si rivelerà conveniente in riferimento ai costi vivi di esercizio? Una parte della risposta nasce dall'esame dell'autonomia effettiva a corrente e ai tempi di ricarica del singolo modello. Il primo dato, infatti, è fondamentale per capire se la lunghezza del percorso abituale rientra nella percorrenza a emissioni zero garantita dall'energia immagazzinata dal­l'accumulatore. Se questo è il caso, la spesa sarà minima, soprattutto se la ricarica viene effettuata a una presa casalinga. Se, al contrario, nella routine quotidiana i chilometri da fare sono di più, l'esborso del carburante sarà decisamente superiore rispetto a un'auto con motore tradizionale, a causa del peso aggiuntivo dovuto alle batterie.

Nella nostra galleria fotografica, i 25 modelli provati sono divisi per segmento, così da rendere più facile il confronto all'interno della stessa categoria. La migliore in termini di autonomia elettrica è la Suzuki Across, con 66 chilometri. Prestazione ottenuta grazie alla taglia abbondante della batteria, come dimostrano i 15,3 kWh di energia erogati. Ciò comporta, d'altro canto, il tempo di ricarica più lungo del gruppo: quattro ore e 42 minuti. Va detto che tutti i valori pubblicati nelle infografiche sono ottenuti con una colonnina, ma è altresì vero che a una presa domestica non ci vuole mai più di una notte. All'estremo opposto si colloca la Jeep Compass da 240 CV, che in modalità elettrica di chilometri ne percorre appena 35, ma in compenso rifornisce la batteria in un'ora e 40 minuti, grazie al dispositivo interno da 7,4 kW. A far meglio, sempre con riferimento alle vetture passate per il nostro Centro prove, è solo la sorella minore Renegade, che completa l'operazione tre minuti prima

A casa: presa o wallbox

Autonomia e ricarica, due fattori importanti

Diversamente dalle elettriche pure, di solito le ibride plug-in non offrono la possibilità di collegarsi alle stazioni di ricarica rapida in corrente continua. Il motivo è semplice: in questo tipo di vetture non è indispensabile (e nemmeno conveniente) ricaricare in viaggio, dato che, quando la batteria si esaurisce, entra in gioco il motore termico. Quindi i produttori evitano di aggiungere l'ulteriore voce di costo rappresentata dall'hardware necessario per consentire la ricarica rapida. Alcuni, tuttavia, la prevedono comunque: di serie (è il caso di Range Rover e Jaguar) o a richiesta (come succede per le Mercedes). Alle comuni prese domestiche, la potenza massima di ricarica è limitata a 2,3 kW.
Gli accumulatori delle plug-in, però, hanno una taglia ridotta che spazia da 8 a 17 chilowattora, proprio perché devono garantire percorrenze in modalità elettrica di qualche decina di chilometri (ricordiamo che la media dei modelli attualmente in listino è attorno ai 50 km). Questo consente di fare il pieno alla batteria nell'arco di una notte. In alternativa, ci si può dotare di una wallbox, che riduce i tempi e ottimizza le fasi di rifornimento.
Sono anche disponibili sistemi intermedi, come l'e-tron compact che l'Audi offre in collaborazione con Enel X (foto a destra), progettato proprio per la ricarica delle plug-in. Qualunque sia la modalità impiegata, quello che più conta è che l'energia dell'accumulatore sia ripristinata con la massima frequenza possibile. L'ideale sarebbe farlo tutte le sere, a casa. Il che comporta, però, la necessità di risolvere una serie di problemi burocratici, soprattutto se si risiede in un condominio: per collegare la presa del box a un proprio contatore bisogna infatti ottenere il consenso dell'assemblea. Il che non è affatto scontato.

Sul fronte delle percorrenze, il divario tra i due estremi è quindi superiore ai 30 chilometri, con un valore intermedio che si attesta a quota 46. La differenza tra il tempo di ricarica più lungo e il più breve è invece di tre ore e cinque minuti, che è poi anche la media complessiva. Sono risultati, quelli relativi all'autonomia, peraltro suscettibili di un peggioramento in condizione d'uso reali. Le prestazioni della batteria si riducono infatti se, per esempio, si viaggia con il climatizzatore acceso (durante i nostri i test il sistema è spento) o in presenza di temperature esterne particolarmente rigide.

Le conclusioni? Al netto dei vantaggi fiscali (come l'esenzione o la riduzione del bollo per determinati periodi in alcune Regioni) e pratici (libero accesso alle Ztl e altre agevolazioni eventualmente previste dalle amministrazioni locali), le plug-in risultano convenienti soltanto se la lunghezza dei tragitti quotidiani rientra nel range elettrico della vettura e, comunque, se la ricarica è effettuata a una presa casalinga (vedere il box sopra). 

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