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Dall'Indy allo spazio
L’avventura americana di Dallara

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L’avventura americana di Dallara
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Non per niente è definito il Paese delle grandi opportunità anche se, nel caso di Dallara, è l’America a essere venuta a Varano de’ Melegari e non viceversa. L’avventura “made in USA” della racing factory italiana inizia infatti nel piccolo paese ai piedi dell’Appennino tosco-emiliano che ha dato i natali all’Ingegnere più conosciuto nel mondo delle corse. E anche da qui parte un altro format legato a quella specie di “casualità guidata” - che sempre Oltreoceano chiamano “sliding doors” - per la quale tutto ciò che accade ha sempre un senso, più o meno chiaro e comprensibile.

“Belle le macchine che fai: me ne costruisci 15?”. In quel caso, parliamo del 1996, fu la visita di Andy Evans, pilota californiano che all’epoca correva nella serie IMSA con una 333 SP, la Ferrari più vincente di sempre, fortemente voluta da Piero Ferrari e sviluppata proprio da Giampaolo Dallara. Nel suo viaggio europeo si fa accompagnare da un amico, Tony George, proprietario del circuito di Indianapolis e neo-fondatore della IRL, la Indycar Racing League, che sta tentando una via nuova nelle serie americane separandosi dall’altra, analoga organizzazione, la CART. “Belle le macchine che fai: me ne costruisci 15?”: questa, in estrema sintesi, la domanda che si sentì rivolgere Giampaolo Dallara e alla quale, ovviamente, rispose di sì. Non senza patemi d’animo, perché a grandi opportunità corrispondono enormi responsabilità: per Dallara, quelle di trovarsi in un mondo che non conosceva, di aver preso impegni da soddisfare in poco tempo a migliaia di chilometri da casa senza un’esperienza precedente, di essere subito competitivi.

Stefano-DePonti-Dallara-Usa

Dalla Brianza agli States. “Quando arrivò qui nel ’96, l’Ingegnere non sapeva nulla di ovali, di corse americane, di tecnica e venne in America con il suo stile, umile e disponibile a imparare” dice Stefano DePonti. Lombardo di Arcore, “di sangue italiano e cuore americano”, DePonti è il CEO di Dallara USA, suo Paese d’adozione dal 2001, quando si trasferì a Indianapolis per gestire un’avventura iniziata cinque anni prima. I temi in gioco erano quelli che facevano scorrere l’adrenalina giusta nelle vene dell’Ingegnere, che infatti la sfida la vinse, anzi stravinse, alla grande: con la prima vittoria di Jim Gutrie a Phoenix, il 23 marzo 1997, seguita da altre nel corso della stagione e, soprattutto, con la conquista della 500 Miglia di Indianapolis (oggi Indy500), la corsa più famosa e iconica degli Stati Uniti vinta l’anno successivo con Eddie Cheever. Un successo totale, che aprì definitivamente la strada a Dallara, dal 2010 costruttore esclusivo di tutti i telai grazie alle performance delle sue monoposto ma anche della sicurezza, un must irrinunciabile per gare che, come quella di Indianapolis, fanno correre le auto per quasi 3 ore, a medie di 375 km/h e a pochi centimetri dai muretti di contenimento delle sopraelevate.

14 luglio, come la presa della Bastiglia. “Fino al 2010, dalla progettazione alla costruzione dei pezzi, tutto veniva fatto in Italia e distribuito negli Stati Uniti tramite un dealer locale: un punto a nostro favore era il customer service, che noi curavamo moltissimo nonostante fossimo dall’altra parte del mondo. Poi, proprio in quell’anno, è nata Dallara USA, per offrire supporto tecnico e consulenza ai team direttamente sul posto. Era il 14 luglio quand’è partita la rivoluzione Dallara in USA, lo stesso giorno della presa della Bastiglia che diede il via alla rivoluzione francese” scherza DePonti. La nascita di Dallara USA ha avuto un carattere pionieristico nella zona quasi depressa nata intorno all’autodromo: “Ci siamo inseriti in un processo di ri-urbanizzazione di Speedway, la cittadina che ospita il circuito a poche miglia da Indianapolis. Definirla ‘città fantasma’ non era esagerato” ricorda DePonti. Accettando la sfida, favorita dalla lungimiranza dell’amministrazione locale e del governatore dell’Indiana Mitch Daniels, businessman prima che politico, Dallara è diventata l’azienda protagonista assoluta di una rinascita commerciale ma soprattutto sociale della piccola Speedway.

2022-Dallara-Usa-02

Verso lo spazio. “Dal punto di vista lavorativo, Indiana ci usa anche come immagine, per l’appeal che ha il mondo delle corse, e come ambasciatori verso società anche europee che vogliono aprire sedi nello Stato. Da quando siamo qui abbiamo creato un indotto importante con aziende che si occupano di compositi, sia per il racing sia per l’aerospace”. E mentre l’azienda e il suo fondatore vengono omaggiati con il “Dallara Day”, che sarà festeggiato ogni 27 maggio a Speedway, e con l’attribuzione all’ingegner Dallara del “Sagamore of the Wabash”, massima onorificenza dell’Indiana per chi si è distinto nella cultura, nell’economia, nel sociale, è proprio l’aerospace la nuova frontiera. “Con le nostre competenze vogliamo sfruttare possibilità future come quelle offerte dalla space economy - dice Stefano DePonti. - Anche in questo caso il nostro approccio è stato umile e dopo diversi anni abbiamo sviluppato un rapporto importante con SpaceX per componenti della capsula Dragon e per svilupparne altri per la grande navicella spaziale con cui Musk intende colonizzare Luna e Marte. Sembra fantascienza ma non lo è”. È così che è stata creata un’unità di business sul fronte aerospaziale diretta da un ex-generale, già diplomatico a Washington, con cui selezionare potenziali progetti dove Dallara e Dallara USA possano intervenire con il loro know-how.Insomma, se con le vittorie ottenute, il livello tecnico e di sicurezza raggiunto dalle sue auto, con la stima e il rispetto guadagnati sul campo, Dallara e la sua azienda rappresentano una parte fondamentale della leggenda di Indianapolis, si apprestano ora a tagliare un nuovo traguardo: lo spazio. Forse il sogno proibito di Giampaolo quando, giovanissimo, si laureò proprio in ingegneria aeronautica, adattando sulla terra le forme e i flussi studiati per solcare i cieli.

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