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Gianni Agnelli
L’Avvocato dimezzato

Gianni Agnelli
L’Avvocato dimezzato
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I tempi un po’ confusi che viviamo aprono però grandi opportunità. Si può, per esempio, provare a riscrivere la storia, se non la si conosce o mal si adatta ai piani che abbiamo in mente. Pochi, ormai, sanno come obiettare. In questa storia rinnovata, spinti dagli anniversari, sono comparsi anche alcuni ritratti dell’avvocato Gianni Agnelli. Ritratti firmati e di grande formato, ma in cui il soggetto non è venuto molto bene. Da un lato - e giustamente – questi rompono con la tradizione per cui un defunto merita solo onori. Dall’altro necessitano di qualche annotazione. Perché in qualunque stile uno dipinga, lo spirito dell’uomo, i tratti che contano - per quanto interpretati - dovrebbero conservare un fondo di verità. Agnelli era stato dipinto come “un grande bluff” in un ricordino giornalistico del 2013. Ma l’immagine era talmente sopra le righe, che forse solo l’autore e la sua cerchia l’avevano trovata divertente. Altri omaggi recenti sembrano comunque puntare su un’immagine dell’Avvocato in tono minore. Qualcuno ha azzardato persino che alla Fiat - Stellantis le cose vadano bene così.

Ma procediamo con ordine. La figura di Agnelli, ieri come oggi, è in realtà due figure. Quella del capitano d’industria, termine romantico, ma calzante, e quella del personaggio-mito. La seconda rifulge ancora. A Torino ovviamente, ma anche per molti altri italiani, che non gli furono nemici a priori, per appartenenza politica e di classe. L’intelligenza, lo stile, l’arguzia e il successo sono sempre ricordati. E soprattutto il suo essere un ambasciatore internazionale, come nessun altro, politico o imprenditore, in un’Italia ancora provinciale che a mala pena parlava l’inglese. I tempi di decadenza sono tempi di nostalgia. Ma forse si può ricordare che in anni per nulla decadenti, quelli buoni per la Fiat (che, si diceva, erano buoni anche per l’Italia), se l’elezione diretta del premier, o del presidente fossero esistite, l’Avvocato avrebbe potuto traslocare dalla sua casa al Quirinale, a palazzo Chigi, o all’altro Quirinale, in un batter di ciglia, tanta era la considerazione di cui godeva. Un’ipotesi che lui aborriva, e da cui ebbe l’arguzia, appunto, di rimanere fuori. Essere senatore a vita bastava agli scopi, e in fondo, lui, non stimava la politica.

Qui si innesta il discorso sul capitano d’industria, che con la politica ebbe invece molto a che fare, assecondandone i disegni, più che imponendone di propri. La Fiat, qualcuno scrive, prese all’Italia più di quanto restituì. La somma di finanziamenti, crediti, sgravi, accordi di immenso impatto economico e sociale non ha forse eguali nella storia dell’Occidente. È un'equazione incerta, mentre certamente lo sviluppo condizionato che l’Azienda (anche prima di Agnelli) favorì, deve essere oggi al centro di una critica. Profonda, ma onesta, perché tempi e modi con cui noi affrontiamo i drammi contemporanei – dal clima, alle migrazioni umane, al futuro dell’energia - tolgono un po’ di credibilità al nostro giudizio. Immaginare poi che tipo di potenza industriale ed economica sarebbe diventata l’Italia - con una Fiat marginale, o in crisi perenne, o già straniera -, quali miracoli, boom e favolosi decadi sarebbero rimasti agli italiani da godere, è cosa ancor più complessa. Meglio allora scorrere alcune tappe della storia Fiat e d’Italia, ricordando ciò che Agnelli si trovò davanti, fece o non fece.

Quando il professor Valletta, ottantatreenne, si risolse a passare la mano, consegnò all’Avvocato una fabbrica che era tra le prime cinque del mondo. Nel 1967 la Fiat copriva il 21% del mercato europeo dell’auto e il 6% di quello mondiale. Accumulava profitti enormi e assicurava una quota cruciale del Pil. Finita la prima motorizzazione di massa, compiuta in un regime di quasi monopolio, gli scenari stavano cambiando. Ma l’uomo nuovo al comando trovò dietro di sé una azienda di vecchi. L’innovazione, la visione internazionale, e una certa propensione al rischio non erano ai primi posti nella cultura Fiat e continuarono a scarseggiare per molto tempo. Insieme ai record di vendite e di assunzioni (210 mila dipendenti, Mirafiori - da sola- con 118 mila operai) Agnelli ereditò il mondo brutale della catena di montaggio. Cominciò il decennio più drammatico che la lotta sociale ricordi, ma che cambierà radicalmente, anche per le aperture di Agnelli, la condizione degli operai. I danni collaterali a quella guerra furono però dei più gravi: la produzione non più governabile, i sabotaggi, le violenze, il terrorismo sono il giardinetto in cui l’Avvocato – il “padrone” più odiato d’Italia – si trovò a decidere, per quasi metà del suo mandato.

Nel 1969, appena prima dell’autunno caldo, Agnelli portò Lancia, Ferrari e Autobianchi nel mondo Fiat. Se la prima arrivava da un sostanziale fallimento, per la seconda il rapporto Avvocato-Commendatore ebbe un certo peso. Nel ’71 l’Italia entra in recessione, con un danno per la Fiat di 150 miliardi. Ma ci furono ancora le risorse (insieme ai soldi pubblici) per lanciare Termoli e Cassino. Nel ’73 arriva la crisi energetica planetaria, la domanda si blocca, l’inflazione diventa a due cifre e con essa si impennano i costi della vita e del lavoro. Se qualcuno dà la Fiat per spacciata (o nazionalizzata) guardare all’estero non aiuta: il decrepito Maggiolino ha già fatto della Volkswagen una scatola vuota. L’automobile inglese corre compatta verso il baratro, in Francia la Citroën muore per la seconda volta.

Nel 1974 il credito delle banche, mai così necessario, era stato accordato, ma solo se a bordo fosse salito un uomo come Cesare Romiti. In compenso Gianni e Umberto Agnelli, nel ’76, aprirono la porta a uno come De Benedetti. Purtroppo, insieme all’idea di fare la Panda, l’Ingegnere ne portò altre, impraticabili, e in cento giorni dovette lasciare il campo, proprio a Romiti. Un’altra porta scomoda fu quella che l’Avvocato socchiuse, nello stesso anno, alla Libia di Gheddafi: serviva a far passare 450 milioni di dollari cash per salvare i conti della Fiat e acquisire il 9.7% del capitale.

Gli anni 80, prima di diventare favolosi, si aprono in trincea, con i licenziamenti per casi di violenza e un’altra impressionante stagione di scioperi. La marcia dei quarantamila, del “Non vogliamo la morte della Fiat”, chiude però un’epoca di estremismi e ascrive qualche merito a chi la osservò dall’alto. Quanto ai successi, ai modelli d’oro dell’era Ghidella (altro talento imbarcato dagli Agnelli), tra l’80 e l‘85 si va da una perdita di 422 miliardi di lire a un utile di oltre 1.000. L’anno dopo i guadagni raddoppiano e bastano, con il placet di Romano Prodi, a bloccare la Ford e tenere l’Alfa Romeo in Italia.

Nel 1987 Fiat ridiventa il secondo gruppo industriale italiano dopo l'Iri, con il 4% del Pil nazionale. Questo non impedisce che Vittorio Ghidella, indicato dal presidente come futuro amministratore, vada anche lui a sbattere contro Romiti. A fine 1990 ripartono le montagne russe che hanno deliziato tutta questa vicenda. Il fatturato perde il 15%. Nel ‘92 i debiti ammontano a duemilacinquecento miliardi. L’Avvocato, insieme a Ghidella, ormai fuori, aveva designato Umberto a succedergli. Ma di nuovo arriva il niet di Mediobanca. C’è in palio il raddoppio del capitale sociale e Cuccia esige che la (sua?) squadra rimanga fino alla data prescritta. Per l’Avvocato i settantacinque anni arrivano nel ‘96. Per Romiti nel ’98.

Il sipario già cala, sui fatti della vita e sul ventennale della morte. Per l’ultimo Gianni Agnelli ci sarà ancora il tempo di presagire una nuova e più temibile crisi, di pensare all’inevitabile globalizzazione, tracciare una strada che allora portava alla General Motors e qualcun altro, più tardi, condurrà altrove. In tutto questo, mentre il tempo passato ci aiuta a chiarire luci e ombre, e i giudizi restano qualcosa di opinabile, dimentichiamoci di aver letto che l’avvocato Agnelli è stato solo un grande bluff.

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