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Industria e Finanza

Donald Trump
Nuovo dietrofront sui dazi per auto, chip e farmaci

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Ormai è quasi impossibile tenere il passo delle dichiarazioni di Donald Trump sulla questione dei dazi: un giorno minaccia un'accelerazione, quello dopo annuncia una frenata e l'altro ancora torna a sparare ad alzo zero. È il caso delle barriere doganali sull'importazione di auto, semiconduttori e farmaci, che dovrebbero essere rivelate in via ufficiale il 2 aprile in quello che lo stesso Trump ha già definito, con non poca retorica, il "Liberation Day". Proprio ieri, però, sono spuntate ricostruzioni di importanti testate come il Wall Street Journal e Bloomberg, secondo le quali tra pochi giorni scatterà una versione leggera dei dazi: infatti, durante una riunione di gabinetto, Trump avrebbe parlato solo di tariffe reciproche, ma non avrebbe fornito indicazioni sulla loro entrata in vigore e, soprattutto, avrebbe ristretto di molto l'ambito di applicazione, al punto che non si esclude l'ipotesi di un'esenzione per l'auto.

Il nuovo approccio. Oltre a dipingere la solita scenetta degli Usa "derubati ogni Paese del mondo", il tycoon ha ribadito che i dazi "porteranno miliardi e proteggeranno i posti di lavoro" e che il Paese ha "bisogno" di produrre in loco i beni sotto minaccia. Tuttavia, l'approccio per risolvere questa situazione sarebbe cambiato: la Casa Bianca punterebbe, infatti, a colpire solo il 15% dei Paesi con uno squilibrio  commerciale "cronico e strutturale" con gli Stati Uniti. Si tratta dei cosiddetti "dirty 15", sulla scia del celebre film The Dirty Dozen ("Quella sporca dozzina" in italiano). Dunque, Trump avrebbe intenzione di limitare, e anche di parecchio, l'ambito di applicazione delle sue politiche protezionistiche e di puntare su una maggior flessibilità in seguito alle minacce di pesanti ritorsioni da parte dei partner commerciali. Non solo. Secondo le due testate, è improbabile che il 2 aprile prossimo vengano annunciati dazi specifici per settori delicati come quello automobilistico. Insomma, è l'ennesima conferma di un protezionismo usato come arma negoziale nelle relazioni internazionali. Non si comprende altrimenti come sia possibile l'assenza di certezze a tre mesi dall'insediamento e dopo le continue minacce, durante la campagna elettorale dell'anno scorso, sull'intenzione di varare un dazio globale fisso contro tutto e tutti. Oggi si parla, invece, di tariffe reciproche, di possibili deroghe per settori delicati, come per l'appunto l'auto o i farmaci, di misure doganali sospese su Canada e Messico, ma soprattutto non ci sono passi avanti, in particolare nei confronti di quell'Europa più volte finita nel mirino dell'intera amministrazione Trump. 

Il passo coreano. D'altro canto, la politica delle minacce sembra anche funzionare alla luce della decisione di importanti realtà asiatiche a investire in nuova capacità produttiva negli Stati Uniti. È il caso della Tsmc, colosso della produzione di semiconduttori per conto terzi, che ha annunciato l'impegno a spendere 100 miliardi di dollari per tre fabbriche di chip, oppure l'ultimo annuncio del gruppo Hyundai. I coreani hanno stanziato 21 miliardi di dollari fino al 2028. Attenzione, però, l'investimento è spalmato su più anni e, soprattutto, non riguarda solo l'auto. Infatti, sono stati promessi 9 miliardi per aumentare la capacità produttiva annua a 1,2 milioni di veicoli per i marchi Hyundai Motor, Kia e Genesis e migliorare le strutture produttive, mentre 6 miliardi saranno destinati ad accrescere "il tasso di localizzazione dei componenti automobilistici", a rafforzare le attività di logistica e investire nella produzione di acciaio con l'affiliata Hyundai Steel intenzionata a realizzare un acciaiera da 2,7 milioni di tonnellate l'anno di lamiere in Louisiana. Altri 6 miliardi riguarderanno le partnership su guida autonoma, robotica, intelligenza artificiale e la mobilità aerea avanzata e le iniziative già avviate con Boston Dynamics, Nvidia, Supernal, Waymo e diverse startup. Sono infine previsti progetti in campo energetico, tra cui la cooperazione tra Hyundai Engineering & Construction con Holtec International su piccoli reattori atomici modulari o l'alleanza per la ricarica delle Bev Ionna. Nel complesso, i nuovi investimenti dovrebbero creare 14 mila posti di lavoro a tempo pieno entro il 2028 e ulteriori 100 mila opportunità di lavoro diretto e indiretto in tutti i settori correlati. Insomma, come ha riconosciuto l'ad di Hyundai Motor, José Muñoz, "il modo migliore di navigare tra i dazi è aumentare la localizzazione". Vale, però, per le aziende più grandi e con grandi disponibilità. Per le piccole e medie imprese, che rappresentano il grosso del tessuto economico e industriale globale, le politiche protezionistiche di Trump stanno producendo conseguenze pesanti. Non è un caso l'aumento delle probabilità di un'imminente recessione economica. 

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