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Renault Clio Cup
La nostra gara all'Hungaroring

Renault Clio Cup
La nostra gara all'Hungaroring
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Ammettiamolo: ormai fare i giornalisti di macchine non ha più il gran fascino che aveva una volta. Ma c’è una cosa per la quale vale ancora la pena buttarsi nel settore, perlomeno se sei un appassionato (cosa utile ma non indispensabile in quest’ambiente, perlomeno di questi tempi), ti piace guidare e hai un certo animo competitivo. E questa cosa si chiama Press League. Che cosa sia è presto detto: la Renault iscrive al proprio monomarca una macchina e la affida a turno a un gruppo di arrembanti giornalisti dalle velleità corsaiole, chiamati a misurarsi con gli abituali piloti nelle varie gare del campionato italiano. Altri costruttori lo fanno (la Mini, per esempio), ma la Renault vanta indubbiamente un primato di continuità, tant’è vero che nel 2021 si festeggia il trentesimo anno di questa encomiabile iniziativa (prima si faceva con la Mégane, da un bel po’ con le Clio). Per marcare degnamente l’evento, quest’anno – fors’anche per compensare un 2020 in cui l’appuntamento è saltato per ovvie ragioni – la filiale italiana ha deciso di esportare il format, infilando nel calendario della Press League un paio di corse all’estero, valide per l’Europeo della Clio Cup. Una di queste era la tappa dell’Hungaroring. E Quattroruote è stata invitata: facendo valere lo ius primae noctis che spetta per diritto divino al direttore, ho rinnovato la licenza (chi ha avuto il Covid deve sottoporsi necessariamente a un calvario di esami supplementari), mi sono vaccinato e mi sono presentato pronto alla pugna sul circuito nei pressi di Budapest. A dividere con me la Clio, il collega (nonché mio capo nella giuria dell’Auto dell’anno) Alberto Sabbatini, che di competizioni sa parecchio: considerando che la somma delle rispettive maturità supera di slancio i 120 anni, si capisce subito l’intenzione di premiare due giovani promesse (scherzo, in realtà per correre da expat bisogna avere la licenza internazionale e ottenerla significa avere una serie di requisiti non così facili da trovare nel sempre più accidentato panorama dei media).

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Inizio sotto la pioggia. Rispetto agli anni precedenti, la Clio da corsa è stata un filo addomesticata, nel tentativo di limare i costi e quindi mettere i partecipanti sullo stesso livello. Con la versione precedente avevo corso al Mugello nel 2019 e mi aveva sorpreso perché di macchina da corsa vera trattavasi: scorbutica, velocissima, nervosa come Saka di fronte a Donnarumma. Mi ero trovato bene, a dire il vero, e avevo fatto pure un buon risultato, rimanendo al centro del gruppo sia in qualifica che in gara. Ero quindi curioso di capire come le modifiche avevano modificato lo spirito dell’auto, soprattutto scendendo in pista in un evento a misura continentale, quindi con un livello di piloti sicuramente superiore. Ma siccome la mia nemesi personale esige che quando corro piova (anche al Mugello avevo corso sotto un memorabile acquazzone), alle libere sono partito sotto l’acqua, impedendomi di desumere alcunché. Se a questo si somma il fatto che io all’Hungaroring ci ho girato soltanto sul simulatore, è facile comprendere che i primi giri con le rain sono stati alquanto complicati.

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Va fatta "correre". In preda all’orgasmo agonistico, provo a incollarmi ai due compagni di squadra dell’Oregon Team (il cui motto è “Nessuno pensi di piegarci senza avere aspramente combattuto”, tanto per dire lo spirito), per cercare di apprendere velocemente traiettorie e punti di staccata. Tempo due giri e diventano puntini all’orizzonte. A quel punto capisco che è meglio concentrarsi su come individuare, almeno a spanne, il limite d’aderenza, certamente inferiore rispetto alla versione precedente. Dopo 20 minuti di sottosterzi e bloccaggi all’avantreno, capisco che la Clio – che ha “soli” 200 cavalli – va fatta “correre” per sviluppare velocità a centro curva. Giustamente, dai box evitano di darmi i tempi. Chiudo la sessione di libere con un tempo che – a sorpresa – non è il più lento della compagnia. Per il giorno successivo, però, il meteo dà asciutto: le cose cambieranno radicalmente. Alle 9, scendiamo tutti in pista per le qualifiche di Gara 1 (Sabbatini farà Gara 2). Per evitare il traffico – e non trovarmi in situazioni difficili, con i top driver che ti arrivano sparati alle spalle – esco subito, con l’intenzione di fare il tempo dopo cinque o sei giri: ho solo 20 minuti per capirci qualcosa. Le slick si scaldano presto e inizio a tirare. Non riesco ad abituarmi al cambio con il levone centrale da spingere e tirare (prima c’erano le palette al volante, assai più comode e intuitive): due o tre volte invece di scalare salgo di marcia, arrivando lungo. Al safety briefing del giorno prima ci hanno terrorizzato con i track limit, quindi rimango cauto nell’uscita delle curve. Stacco il ventunesimo tempo su ventiquattro. Partirò in penultima fila.

Renault Clio Cup Hungaroring 2021: il contatto tra Paolo Felisa e Gian Luca Pellegrini

Gara in rimonta. Tre ore di attesa e ci si schiera in griglia. Qui non ci sono launch control o simili: si imballa il motore attorno ai 5.000 giri e poi si molla la frizione stando attenti a non far pattinare troppo l’avantreno. Parto bene, sto per superare un paio di avversari ma in quarta il motore ha un mancamento. Arrivo ultimo alla staccata della curva 1. Tocca recuperare. Mi accodo al trenino e tengo il ritmo. Di fronte a me, nei primi due giri, bagarre, sportellate, tamponamenti à gogo. In ossequio all’antica legge di Bradbury (il pattinatore australiano di short track che vinse l’oro all’Olimpiade andando pianissimo ma sfruttando gli errori altrui), controllo la situazione e presto guadagno un paio di posizioni. Il gruppo si sgrana e si inizia ad andare forte. A metà gara, che dura 25 minuti più un giro, ho quello davanti nel mirino. Ho già deciso dove attaccarlo, ma alla curva 5, una lunga destra in salita prima della tipica chicane, sperimento sulla mia pelle lo struggle for life che domina i monomarca: chi mi segue sbaglia alla grande la staccata e mi entra nella fiancata a ruote bloccate. Preso in pieno, mi giro, riesco a non far spegnere il motore ma impiego almeno 20 secondi per inserire la prima. Lui lo sorpasso dopo qualche curva, perché ha distrutto il davanti, ma ormai la gara è andata, così come la fiancata destra. Chiudo diciannovesimo, quindi con due posizioni guadagnate rispetto alla partenza e avendo girato un secondo e mezzo più veloce che in qualifica, ma l’amarezza rimane. Siamo convocati in direzione gara per discutere dell’incidente, con i commissari che controllano le Gopro interne in stile Var: l’altro pilota ammette di aver sbagliato, giura di non farlo più e lo penalizzano di quattro posizioni per gara 2. Nella quale il mio co-equipier si batte alla grande: da ventiduesimo in griglia, riesce a risalire in diciottesima posizione, dopo aver addirittura spento il motore in partenza. I due ragazzi irresistibili se la sono cavata.

COMMENTI

  • Fanno la Clio Cup e poi il listino della Clio, in quanto a versioni brillanti, è una tristezza unica....