Non tutte le passioni hanno un luogo di massima espressione. Non tutti gli appassionati hanno la fortuna di avere una “mecca” dove potersi recare in qualsiasi momento dell’anno, con la consapevolezza di vivere ai limiti dell’immaginazione l’oggetto della propria venerazione. Siamo a Moab, nello Utah: un’area di centinaia di (selvaggi) chilometri quadrati composta da deserti, canyon, un fiume, foreste, colline rocciose e tutto quello che la natura poteva metterci di meraviglioso. Questo è il luogo scelto per diventare la “casa” delle Jeep e la “chiesa” (a cielo aperto) dei Jeepers: ogni angolo di Moab sembra disegnato apposta per essere battuto e conquistato dalle 4x4 più iconiche d’America. Ed è così che, da più di 50 anni nella settimana di Pasqua, i fan da tutto il mondo invadono questo piccolo paese e lo colorano con le loro Jeep di ogni epoca, genere, dimensione e livello di preparazione: queste auto diventano l’appendice di uomini e donne che vivono per l’avventura e non temono quello che c’è là fuori. Un po’ perché fa parte del loro spirito, un po’ perché le loro macchine glielo permettono, senza troppi limiti o clausole.
Sette concept molto speciali. Quale occasione migliore, dunque, per il marchio Jeep di presenziare e farsi adorare dai partecipanti del 52° Easter Jeep Safari? Quest’anno il brand di Toledo non si è risparmiato nulla, presentando sette + due novità di prodotto – da show le prime e da showroom le seconde - in questa cornice ideale. Le sette concept realizzate da Jeep e da Mopar le avevamo già viste a Detroit, nella famosa stanza tonda in cui il marchio storicamente espone i prototipi in preview anticipata rispetto all’EJS: poterle però rivedere nel loro ambiente naturale, impolverate regine del deserto, è tutta un’altra esperienza. Non solo viste, ma anche guidate: quelle che più ci hanno colpito sono la Jeep Jeepster, la Nacho (subito rinominata “Macho” da chi ne ha colto l’essenza), la Sandstorm e la 4Speed. Anche la Wagoneer Resto-mode è una chicca da 10 e lode e sarebbe un sogno per molti se l’esemplare in questione potesse dare il via a un progetto ufficiale di rivisitazione dei classici Jeep (come già altri marchi stanno facendo, cogliendo l’opportunità del crescente interesse per le auto classiche).
La Jeepster rievoca l’omonimo modello del 66, Jeepster Commando, la prima auto che all’epoca combinava la trazione integrale con la carrozzeria convertibile e il cambio automatico. Quella di oggi si fa notare per il tetto dalla forma Fastback che la rende ancora più aggressiva e particolare – accessorio attualmente non disponibile nella gamma Mopar.
La Nacho è invece una concept più realistica, sia perché tutti gli accessori che la compongono sono acquistabili a catalogo, sia perché il colore sarà effettivamente ordinabile tra un paio di mesi sul mercato americano. Da guidare risulta perfettamente equilibrata, nonostante l’apparenza mastodontica: l’assetto è stato sviluppato dalla Fox, un’eccellenza in questo campo, e tarato dagli ingegneri Jeep, mentre le mezze porte tubolari sono l’accessorio più interessante, omologato anche per il nostro mercato.
La Sandtorm è la più esagerata, trasformata in pick-up e rinvigorita da un ruggente V8 6.4 Hemi che di serie alimenta la Grand Cherokee SRT e altri modelli Dodge: tutto questo combinato al cambio manuale fa di lei la concept più aggressiva (e commercialmente surreale), un desiderio proibito per gli amanti delle preparazioni estreme.
La 4Speed sorprende, perché è stata realizzata secondo un mantra votato alla leggerezza: un elemento che normalmente non rientra tra le priorità del marchio. Non abbiamo avuto occasione di guidarla, ma l’abbinamento tra il motore 2.0 litri - che sarà senza dubbio il propulsore di punta per l’Europa - e alcune parti della carrozzeria di carbonio ci fa immaginare prestazioni da fuoriclasse. Non è stato necessario rialzare l’assetto, perché grazie alla rimozione di molti elementi interni ed esterni non indispensabili, il corpo vettura si è conseguentemente sollevato di 5 cm.
Nuova Wrangler JL e Cherokee KL. Ma tornando con i piedi per terra, abbiamo avuto anche occasione di testare la nuova Wrangler JL in configurazione 2 e 4 porte e la versione rinfrescata della Jeep Cherokee. Nonostante la nuova JL sia uscita soltanto da pochi mesi, Moab è stata letteralmente presa d’assalto da questo nuovo modello: sappiamo che i Jeeper non vedevano l’ora di poterla vedere e possedere, dopo aver pazientato per dieci anni dalla nascita della precedente Wrangler JK (di cui c'erano molti esemplari parcheggiati lungo la Main Street con cartello “Vendesi per JL”). Non ci aspettavamo, però, di trovare così tante Wrangler nuove, la maggior parte già con upgrade di gomme maggiorate e sospensioni rialzate. Miglioramenti che sembrano superflui, dopo averla guidata su alcuni dei tracciati più impegnativi della zona: quello che prima una JK riusciva a fare con maggior impegno in termini di guida e tecnica modificata, ora diventa un gioco da ragazzi con una JL standard. Interessante la performance del 2.0 litri che, nonostante lo scetticismo iniziale, sorprende con delle prestazioni da motore più grande e un’impercettibilità dei difetti da turbo. Niente lag, niente reazioni improvvise o scatti sensibili: è rotondo, potente, leggero, ottimo anche in fuoristrada. Il livello di rifinitura interna e il design dell’abitacolo sono di un’altra categoria, estremamente attuali pur mantenendo la promessa con gli oneri e gli onori del rispetto della tradizione Jeep.
Parlando della Cherokee, invece, non possiamo che apprezzare il lavoro di miglioramento fatto sul design, con un family feeling più evidente e un ammodernamento generale di gruppi ottici e contenuti tecnologici. L’allestimento Trailhawk testato sui percorsi off-road è talmente prestazionale che è quasi sprecato: difficilmente il cliente medio avrà mai occasione di avvalersi di tutti gli strumenti che rendono così semplice la guida di quest’auto in situazioni estreme. Certamente, la consapevolezza di potersi spingere oltre, però, è un ottimo strumento di convincimento, nonché di differenziazione rispetto a qualsiasi altro competitor del suo segmento.
Tutti gli occhi sono puntati sulla nostra carovana: i partecipanti del Safari non potevano fare a meno di fermarsi a guardare le ultime arrivate di Casa. È bello questo spirito di condivisione, è bello che, purché ci sia scritto Jeep su quel cofano, ci sia un posto nel mondo e un momento dell’anno in cui si è tutti uguali, tutti felici di vivere in questa fiaba a sette feritoie.
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