Dalla Francia arrivano nuovi sviluppi giudiziari per il Dieselgate, un capitolo della storia dell'auto europea destinato, evidentemente, a non avere mai fine nonostante siano passati ormai più di dieci anni. Un tribunale penale di Parigi ha rinviato a giudizio la Volkswagen per la presunta frode perpetrata con gli ormai famosi software illegali per la manipolazione delle emissioni.
Tuttavia, il costruttore tedesco potrebbe non essere il solo a dover comparire alla sbarra: stando alle ricostruzioni della stampa francese, i pubblici ministeri avrebbero chiesto il rinvio a giudizio anche per Renault e per le aziende confluite nel gruppo Stellantis, ossia Peugeot-Citroën e Fiat Chrysler. Insomma, il tutto potrebbe diventare un maxi-processo.
Sarà un maxi-processo
Dunque, buona parte del settore automobilistico europeo torna sotto l'incubo dei processi per uno scandalo già costato diversi miliardi di euro e, soprattutto, la progressiva scomparsa di una tecnologia da primato per l'intera filiera continentale. E, in attesa di ulteriori sviluppi sulle richieste dell'accusa, si può già dire che la Volkswagen rischia veramente di affrontare un maxi-processo, che, però, avrà tempi decisamente lunghi. Infatti, la prima udienza, ossia quella destinata a incardinare il processo lungo binari ben precisi, è stata fissata per il 18 dicembre prossimo.
In sostanza, l'intero procedimento avrà luogo, molto probabilmente, durante tutto il 2027, sei anni dopo l'iscrizione dei vari gruppi nel registro degli indagati: l'avvio dell'inchiesta risale al 2021, ma la richiesta di rinvio a giudizio risale all'anno scorso e la decisione di accoglierla per la sola Volkswagen è datata 30 gennaio 2026.
Del resto, come sostenuto da un avvocato delle parti, “il sistema giudiziario francese non è preparato a gestire casi di così vasta portata”: sono oltre 1.500 le parti civili, tra cui molti privati, numerose aziende, diversi enti pubblici (c’è perfino il dipartimento de La Réunion) e alcune associazioni ambientaliste. Inoltre, sul banco degli imputati è finita quella che la stampa francese definisce “un’enorme flotta di veicoli potenzialmente idonei al risarcimento”.
Le accuse? Sempre le stesse
In ogni caso, gli addebiti a carico dell’azienda tedesca sono sostanzialmente identici a quelli di altri casi promossi in giro per il mondo. La Volkswagen, accusata di “frode su un prodotto che comporta un pericolo per la salute umana e animale”, è sospettata di aver “installato deliberatamente un dispositivo” illegale sui suoi modelli diesel e di aver “commercializzato veicoli dotati di un dispositivo che rileva le fasi del test di omologazione e migliora sistematicamente le prestazioni del sistema di controllo delle emissioni del veicolo durante queste procedure, al fine di rispettare il limite normativo in questo ambito e ottenere così la loro omologazione”.
I presunti reati hanno riguardato circa un milione di veicoli dei marchi Volkswagen, Volkswagen Veicoli Commerciali, Seat, Audi e Skoda, dotati degli ormai famosi propulsori EA189 TDI da 1.2, 1.6 e 2 litri di cilindrata e commercializzati tra il 2009 e il 2016.
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