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Mini
I segreti della John Cooper Works GP

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I segreti della John Cooper Works GP
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Una chiacchierata a distanza in videocall, come impone il lockdown, ci ha permesso di conoscere qualche dettaglio in più sulla Mini più esclusiva che c’è. Perché il piacere, davanti a un oggetto del genere, passa soprattutto attraverso l’ammirazione di ogni singolo componente. Oliver Heilmer, capo del design Mini, è colui che ha dovuto far sì che la forma e funzionalità di questi dettagli andassero d’accordo, un bilanciamento fra stile ed efficienza che nel caso di modelli specifici come questo è determinante.

La Mini più potente di sempre. A proposito di esclusività, se vi foste persi le puntate precedenti stiamo parlando della John Cooper Works GP, la terza generazione della Mini più sportiva svelata lo scorso novembre al Salone di Los Angeles, che avevamo anche assaggiato, in veste di passeggeri, con qualche giro di pista. Produzione limitata a 3.000 pezzi, solo 150 per l’Italia (già ordinabile a 45.900 euro), e il motore più potente mai installato su una JCW: quattro cilindri 2.0 turbocompresso da 306 CV e 450 Nm, per chiudere la pratica dello 0-100 in 5,2 secondi e volare a 265 km/h.

Al Ring in meno di otto minuti. Volare, appunto. Ed è qui che entrano in ballo i dettagli aerodinamici e le curiosità che ci ha raccontato Oliver. L’elemento che passa meno inosservato è senza dubbio l’imponente appendice posteriore, realizzata in due elementi separati, che sovrasta il lunotto. Secondo il team di designer, le sue dimensioni sarebbero state sufficienti a garantire l’adeguata deportanza alle alte velocità. Invece, dopo un test ad alta velocità sull’Autobahn fra Monaco e Dingolfing (dove ha sede il più grande impianto europeo di BMW), il collaudatore ha fatto presente che si poteva ottenere ancora qualcosa di più. Ed ecco allora spiegato quel piccolo nolder aggiunto sulla parte superiore dell’ala. Come pure lo splitter anteriore, che ha raggiunto tali dimensioni e forme soltanto dopo lunghe sessioni di test sulla Nordschleife, dove peraltro la JCW GP ha fermato il cronometro sui 7 minuti e 59” diventando così la prima Mini di produzione ad abbattere la barriera degli otto minuti, con oltre venti secondi di vantaggio sul modello precedente.

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Gli spats. Ali a parte, uno degli elementi distintivi di questa Mini sono senza dubbio i cosiddetti spats, le appendici che sovrastano gli archi ruota. Servono per coprire la maggior larghezza della vettura (le carreggiate sono aumentate di 20 mm per lato) e sono realizzate con un tessuto di carbonio riciclato e lavorato a mano, la cui superficie viene lasciata appositamente grezza e tenuta assieme da cuciture esagonali per esaltarne l’artigianalità; l’unico vezzo riguarda il numero sovraimpresso, che riporta il numero progressivo dell’esemplare. Un bel pezzo di design anche le ruote da 18 pollici, a quattro razze bicolore: mai nessuna Mini ha montato ruote così leggere, con un risparmio di peso di 9 kg.

Due posti secchi. All’interno, persiste il corsaiolo layout a due posti secchi con barra strutturale dietro i sedili anteriori per irrigidire la scocca. Quello che cambia, grazie alla tecnologia che avanza, è la procedura con cui sono stati realizzati alcuni dettagli: i paddle di alluminio per il cambio (che paiono di dimensioni adeguate), il piccolo inserto sulla parte superiore del volante e la finitura della plancia lato passeggero sono stati realizzati infatti con la stampa tridimensionale, una soluzione sempre più utilizzata dai costruttori perché garantisce ampie possibilità di personalizzazione con costi relativamente contenuti.

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Un'unica livrea. Tornando al cuore pulsante della JCW GP, bisogna ricordare ciò che ruota attorno al potente quattro cilindri sovralimentato, che senza adeguati accorgimenti sprecherebbe tutto quel ben di Dio che riesce a produrre. Il cambio è lo Steptronic automatico a otto rapporti messo a punto in maniera specifica per il modello, con il convertitore di coppia che lavora in maniera tale da ridurre al minimo gli slittamenti e fornire sensazione di sportività. In più c’è un differenziale autobloccante meccanico (che arriva fino al 31% di bloccaggio) affinché i 306 cavalli possano essere sfruttati al meglio in uscita di curva, con la supervisione continua del controllo elettronico di trazione e stabilità. L’impianto frenante, infine, prevede pinze di alluminio a quattro pistoncini con dischi da 360 mm di diametro, mentre dietro sono flottanti a singolo pistone. Un’ultima cosa: Oliver Heilmer ha tenuto a sottolineare che tutte le 3.000 John Cooper Works GP possono avere soltanto questa combinazione di colori (grigio Racing per la carrozzeria, rosso e argento per i dettagli) perché sono quelle che si sposano meglio con la fibra di carbonio a vista. Considerato l’effetto finale, non ci sentiamo di dargli torto…

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