Tecnologia

Wankel
Quelle volte del motore rotativo

Wankel
Quelle volte del motore rotativo
Chiudi

Il motore rotativo Wankel torna sulla scena internazionale sulla nuova versione della Mazda MX-30, seppure in affiancamento all’unità elettrica. Un ritorno, quello del propulsore privo di pistoni (ma dotato di rotore), che fa davvero rumore, in quanto sembrava che la sua epopea fosse ormai giunta al termine. E oggi è proprio la Casa giapponese, che negli anni è rimasta praticamente l’unica a credere in questo originale tipo di motore, nato dalla intuizione di Felix Wankel, a riproporlo, dopo averlo impiegato su modelli più noti (come le sportive RX-7 e RX-8) e meno noti (come la Cosmo 110 Sport, la 100, le RX-1 e RX-2). Ricordiamo anche che il marchio di Hiroshima si è aggiudicata la prestigiosa 24 Ore di Le Mans del 1991 con il prototipo 787B equipaggiato con un quadrirotore da oltre 700 cavalli (che emetteva, tra l’altro, un sound favoloso).

NSU RO 80

Come è fatto. Il motore Wankel è un quattro tempi che però funziona in modo molto diverso dai propulsori tradizionali. Innanzitutto, non vi sono pistoni in moto alterno, bensì uno o più rotori di forma semi-triangolare che si muovono entro una carcassa (lo statore) di foggia vagamente ellissoidale, leggermente schiacciata al centro. Al centro del rotore è presente una ruota a dentatura interna che, a sua volta, ingrana su una ruota dentata solidale a una piastra laterale: ciò, assieme al montaggio eccentrico del rotore sull’albero motore, ne definisce il percorso e la direzione all’interno dello statore. Le tre punte del rotore sono così costantemente vicine alle pareti dello statore e speciali segmenti assicurano la tenuta dei gas. In questo modo, i tre lati del rotore formano altrettante camere di lavoro che variano volume e posizione di continuo e compiono simultaneamente tre cicli Otto a quattro tempi (sfalsati di 120 gradi) per ciascuna rotazione completa del rotore, che corrisponde a tre giri dell’albero motore. La cilindrata di un Wankel è equivalente a quella di un motore a pistoni di cubatura doppia.

Mazda - Tecnica

C’è luce in camera. Differente è anche la gestione del flusso della miscela aria/benzina e dei gas di scarico. Nel rotativo, infatti, essi vengono immessi ed espulsi tramite semplici feritoie che vengono aperte e chiuse dalle estremità del rotore, un po’ come avviene nei “due tempi” (quindi, niente distribuzione ad assi a camme, né valvole). Durante la rotazione, data la particolare forma del rotore, la miscela viene compressa, poi le candele accendono la miscela che si espande rapidamente, generando la pressione che assicura il movimento del rotore e la potenza utile del motore. Infine, i gas fuoriescono dalla luce di scarico, mentre nelle altre due “camere” il ciclo si ripete. Il Wankel, nel tempo, ha mostrato pregi e difetti. Tra i primi, sono da segnalare compattezza, semplicità costruttiva e assenza di parti in moto alterno, quindi leggerezza e vibrazioni ridotte. Un insieme di “doti” che rende quindi il rotativo particolarmente adatto alla funzione di supporto che gli è stata attribuita sulla nuova MX-30. Tra i difetti “storici”, invece, ci sono l’elevato consumo di carburante e le emissioni, in particolare di idrocarburi incombusti (problemi che i tecnici di Mazda negli anni hanno però drasticamente ridotto), e una modesta disponibilità di coppia ai bassi regimi, cosa tuttavia meno importante nell’applicazione della MX-30, in cui il Wankel si limita ad azionare un generatore di corrente elettrica.

Mazda RX7

Pochi, ma buoni. Mazda, comunque, non è stato l’unico costruttore ad aver creduto nel motore rotativo. Anzi, la prima, della peraltro non lunga lista di Case coinvolte, è stata la tedesca NSU, che ha collaborato con Felix Wankel allo sviluppo del suo propulsore e che nel 1963 ha presentato la Spider Wankel, primo modello di serie equipaggiato con questo tipo di unità. La piccola convertibile, che montava un monorotore da 498 cm² e 50 CV posizionato sull’asse posteriore, ebbe però problemi di affidabilità. La NSU ci riprovò nel 1967 con la Ro 80, una moderna e originale grande berlina che adottava un birotore da 996 cm³ (equivalente, come funzionamento, a un sei cilindri di 1992 cm³), capace, con i suoi 115 CV, di spingere la vettura a 180 km/h. Discreto il successo commerciale, fino al 1977, minato però dalla scarsa durata dei propulsori. Nel campo dei prototipi, c’è poi da includere la favolosa Mercedes C111 del 1970 (la prima di una serie di auto-laboratorio), spinta da un quadrirotore da 350 CV.  

24 Ore di Le Mans 1991

Anche il Double Chevron. Ma in Europa i marchi tedeschi non erano gli unici a ritenere interessante il Wankel. A parte qualche ricerca condotta dall’Alfa Romeo, che è rimasta a livello di prototipi, anche la Citroën, sempre alla ricerca di soluzioni innovative, aveva avviato studi approfonditi, in collaborazione con la stessa NSU, che portarono alla realizzazione del prototipo M35 (su base Ami 6) nel 1970 e, tre anni più tardi, della GS Birotore (da 995 cm³ e potenza di 107 CV), una due volumi media realizzata in poche centinaia di esemplari e poi ritirata dal mercato per questioni di affidabilità, di elevati costi di produzione e a causa delle conseguenze della Crisi petrolifera scoppiata nel 1973. La Casa francese cercò poi di ritirare tutti gli esemplari venduti per demolirli, offrendo ai clienti che avevano acquistato la “Birotore” una più grande e prestigiosa CX a condizioni di favore. Oggi, invece, per il Wankel si sta scrivendo una storia ben diversa, tutta da scoprire.

COMMENTI([NUM]) NESSUN COMMENTO

ultimo commento
ultimo intervento

Wankel - Quelle volte del motore rotativo

Siamo spiacenti ma questo utente non è più abilitato all'invio di commenti.
Per eventuali chiarimenti la preghiamo di contattarci all'indirizzo web@edidomus.it