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Tecnologia e design
Dodici iconiche Mazda

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Dodici iconiche Mazda
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Se siete tra coloro che ritengono ormai abusato il termine iconico, non possiamo darvi torto. Lasciateci, però, fare un’eccezione. Nella storia di ogni casa automobilistica ci sono modelli che, più di altri, hanno lasciato un segno, fino a diventare quasi emblematici. La 500 per la Fiat, per dire. La Golf, per la Volkswagen. La 360 Coupé, per la Mazda. Sorpresi? Certo, probabilmente avremmo dovuto dire la MX-5, a furor di popolo. Ma come dimenticare la scoppiettante bicilindrica che costituisce in assoluto la prima automobile prodotta dall’azienda giapponese, i cui dipendenti quindici anni prima avevano dato un aiuto prezioso dopo che la bomba atomica americana aveva quasi interamente raso al suolo la città di Hiroshima?

01_Mazda_R360

360 Coupé (1960). La prima auto non si scorda mai… E, per la Mazda, dopo anni di produzione di motocarri e autocarri, il debutto tra i costruttori di autoveicoli arriva con questa piccola sportiva. Sono passati esattamente quarant’anni dalla fondazione della Toyo Koygo, sugherificio convertito in azienda meccanica da Juiro Matsuda, e il Giappone si è risollevato dal punto di vista economico e industriale: il ritrovato benessere accentua la domanda di auto, che però sono per la maggior parte vetturette adatte al traffico che sta esplodendo nelle città. Le cosiddette kei car, categoria che gode di vantaggi normativi, hanno dimensioni ridotte e piccoli motori, ma questo non impedisce a qualche produttore di esercitare la fantasia nella tipologia e nelle forme. Un esempio è proprio la Mazda 360 Coupé, micro-sportiva a due posti. Ha due porte e quattro posti teorici, ché lo spazio vero è per due persone; due sono anche i cilindri del motore, disposti a V, per una cubatura di 356 cm3 e una potenza di 16 CV. Pochi, ma visto che la vetturetta pesa (a vuoto) solo 380 kg, sufficienti per permetterle di raggiungere i 90 km/h, pur mantenendo consumi ridottissimi (si parla di 32 km/l). Lanciata nel dicembre del 1960, grazie anche al prezzo competitivo viene venduta fino al ’69 in un totale di 65.737 esemplari.

02_Mazda_Carol_360_1962

360 Carol (1962). Dopo una serie di piccoli pick-up e furgoni, la Mazda lancia la sua prima micro-berlina il 23 febbraio del 1962, dandole il nome Carol (che allude a una allegra canzone), sviluppandola sulla base di un prototipo (la Mazda 700) svelato al Salone di Tokyo del ’61. Lo stile si distingue per la particolare forma del tetto e del montante posteriore, che ricorda un po’quello della Ford Anglia del ’59. Il suo motore, pur conservando la cubatura prevista per le kei car (358 cm3), è un nuovo 4 cilindri a 4 tempi, molto meno rumoroso dei bicilindrici delle concorrenti e con potenza di 18 CV; 4 sono anche i posti (contenuti nei 3 metri imposti dalla normativa) e altrettante le portiere della seconda versione, disponibile dal settembre dello stesso anno. Nel settembre del ’63 viene sottoposta a un leggero facelift e la potenza sale a 20 CV; un anno prima era già stata presentata la Carol 600, con motore 4 cilindri da 586 cm3.

03_Mazda_Cosmo_sport

Cosmo Sport 110S (1967). Nel gennaio del 1960, la NSU presenta il primo motore rotativo basato sui principi di funzionamento dell’inventore tedesco Felix Wankel: l’idea suscita l’interesse del presidente della Mazda Matsuda che, nel luglio del ’61, firma un accordo di collaborazione con la Casa tedesca. I primi esperimenti sono difficoltosi, ma il sistema viene perfezionato da un team di 47 ingegneri giapponesi, anche con l’adozione di un secondo rotore che pone rimedio a uno dei limiti principali del propulsore, la scarsa coppia ai bassi regimi. Bisogna aspettare il maggio del 1967 per vederlo montato su una vettura, la Cosmo Sport, una sportiva davvero originale, sia per la sua concezione tecnica, sia per il design all’avanguardia. La coupé è spinta da un motore con due rotori, ognuno da 491 cm3, che erogano una potenza complessiva di 110 CV e le consentono di raggiungere performance notevoli: 185 km/h di velocità massima (200 dal ’68, quando i CV vengono portati a 128), 400 metri con partenza da ferma in 16,3”. La Cosmo Sport è una pietra miliare nella storia non solo della Mazda, perché sarà a lungo l’unica sportiva sul mercato con motore Wankel, ottenendo buoni risultati anche nelle corse. Prodotta al ritmo di 30 unità al mese, oggi è un raro pezzo da collezione.

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Luce R130 Rotary Coupé (1969). Dopo aver lanciato la serie di berline Familia, la Mazda introduce nell’agosto del 1966 un modello con ambizioni maggiori, battezzato Luce e basato sul design originale della Bertone, rivisto dagli stilisti della Casa (anche il nome è d’ispirazione italiana). La berlina ha un motore 1500 da 78 CV ed è l’unica della sua categoria a poter ospitare sei persone; la versione Coupé arriva nell’ottobre del ’69 e presenta la peculiarità del motore rotativo, giù introdotto con la Cosmo Sport. È una vettura elegante e costosa, con motore e trazione anteriori, alla quale il birotore Wankel (655 cm3x2) garantisce potenza (126 CV) e alte prestazioni (190 km/h di punta). Viene prodotta per due anni in soli 976 esemplari, ma per le sue caratteristiche particolari si guadagna un posto nella storia della Casa.

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RX-4 Coupé (1972). Vedendo questa foto vi state chiedendo di quale macchina americana degli anni 70 si tratti? Non avete tutti i torti, perché la coda fastback richiama proprio lo stile di certi modelli yankee dell’inizio di quel decennio. Ma, trattandosi di una Mazda, l’originalità sta soprattutto nella meccanica, che vede anche in questo caso utilizzato un motore rotativo, già in regola con i più restrittivi standard sulle emissioni introdotte in Giappone (e di lì a poco negli Usa) a partire dal ’73. Il propulsore ha due rotori, ognuno di 654 cm3, per una potenza di 115 CV (col tempo, salirà a 130). Le prestazioni sono elevate (170, poi 190 km/h di velocità massima) e gli interni curati, con il climatizzatore offerto come optional. La produzione della RX-4 prosegue fino al 1978, per un totale (comprendente anche le versioni berlina e station wagon) di oltre 252 mila esemplari: oggi della coupé ne sopravvivono pochi e, se sono in buone condizioni, negli Usa vengono trattati a prezzi che possono sfiorare i 40 mila dollari

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RX-7 (1978). Erede ideale della Cosmo Sport del ’67, la RX-7, conosciuta anche con il nome Savanna, inaugura una dinastia che si protrarrà, per diversi generazioni, fino all’inizio del nuovo millennio. La capostipite può essere a buon diritto considerata un’icona di stile in virtù della sua forte personalità, dettata dalle linee spigolose, con il muso affilato, i fari a scomparsa e il grande lunotto posteriore. Ma la coupé giapponese spicca anche per le sue dote dinamiche, dovute alla collocazione, più bassa e arretrata, del propulsore. Che, dal canto suo, è sempre un birotore (2x573 cm3), con 105 CV iniziali (portati, col tempo, a 165); con una massa di un soffio superiore ai 1.000 kg, la RX-7 è in grado di arrivare a 190 km/h (217, negli ultimi esemplari). Le sue caratteristiche le permettono di ottenere buoni risultati anche nel motorsport, con più di un centinaio di successi nelle gare americane Imsa e una prestigiosa vittoria assoluta alla 24 Ore di Spa del 1981 con Tom Walkinshaw e Pierre Dieudonné. Sarà prodotta fino al 1985 in 471 mila unità.

07_Mazda_Savanna_RX7_1987

RX-7 Cabrio (1987). Nel 1985 la Mazda lancia la seconda generazione della RX-7, che conserva le dimensioni compatte della serie precedente (la lunghezza è sempre nell’ordine dei 4 metri e 30 cm), ma rivista dal punto di vista del design e delle meccanica, visto che il motore, sempre birotore ma con cubatura complessiva portata a 1.3 litri e turbocompressore, eroga ora 185 CV. Il 21 agosto dell’87 tiene a battesimo l’ampliamento della gamma con la versione convertibile, dotata di un soft top (ad azionamento elettrico) che può rimanere interamente aperto, interamente chiuso o parzialmente aperto, grazie a un pannello di plastica, stivabile nel bagagliaio, che consente di trasformare la vettura in una sorta di “targa”. Al confort badano ammortizzatori regolabili manualmente in otto diverse posizioni, ma il climatizzatore figura ancora nella lista degli accessori. Rara in Europa, oggi ha un valore significativo: Ruoteclassiche, per esempio, quota gli esemplari in ottimo stato 21 mila euro

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MX-5 (1989). La più iconica tra le più iconiche delle Mazda, verrebbe da dire, tanto da non aver bisogno, o quasi, di presentazioni. Eunos in Giappone, Miata negli States, MX-5 da noi, è il sogno di generazioni, da quella che vi vede la reincarnazione della Duetto di Dustin Hoffman ne “Il laureato” a chi, più giovane, scopre il bello di un’auto moderna capace di dare le sensazioni di quelle del passato. Con, in più, un’affidabilità un tempo sconosciuta e costi ragionevoli. Già al debutto, al Chicago Auto Show del febbraio dell’89, suscita entusiasmo; un sentimento che cresce non appena si riesce a guidarla, provando di persona quello la Mazda sintetizza in un concetto tradizionale giapponese, lo Jinba Ittai, ovvero la perfetta unione tra cavallo e cavaliere. Di cavalli, a onor del vero, la MX-5 non ne ha tantissimi, visto che il suo 1600 bialbero ne eroga inizialmente. Ma bastano e avanzano, visto che la spiderina, lunga un soffio meno di 4 metri, pesa soltanto 950 kg. E, poi, il cambio a 5 marce, con la leva cortissima, la trazione posteriore, il differenziale a slittamento limitato (optional) e, in generale, il suo comportamento stradale, ne fanno un giocattolo ideale per chi ama la guida più pura. Come spesso accade in questi casi, le previsioni di vendite, limitate a poche migliaia di unità, vengono ampiamente superate: fino alla presentazione della seconda serie, avvenuta al Salone di Tokyo del 1997, vengono sfornate ben 450 mila MX-5.

09_Mazda_121_1991

121 (1991). Nella storia della Mazda si ritrova un certo gusto per le auto giocattolo, forse reminiscenza dei primissimi esemplari degli anni 60. Difficile, del resto, considerare diversamente un modello come la 121 del ’91 (Autozam Revue, in Giappone): al suo sbarco in Italia è vista un po’ come l’auto di Paperino… Ma dietro tutto questo sta la ricerca di un design mirato a suscitare simpatia e, al tempo stesso, a risultare pratico, dando buona abitabilità a una berlina (a 2 o 4 porte) compatta (la lunghezza è di 3 metri e 80 cm). Il motore è un 1.300 monoalbero da 72 CV (ma per certi mercati c’è anche un 1.500). Apprezzata la versione con tetto di stoffa, apribile elettricamente.

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RX-7 (1991). Con la terza generazione, la RX-7 si avvicina al mondo delle supercar. Le linee si ammorbidiscono, le dimensioni (e la massa, ora superiore ai 1.200 kg) crescono, ma a voltare pagina è soprattutto il sistema propulsivo. Nel vano anteriore, infatti, ora trova posto sempre un birotore (di 2x654 cm3), ma sovralimentato con due turbocompressori, che lavorano in sequenza, compensando così la scarsa coppia tipica dei Wankel ai bassi regimi: la potenza è di 240 CV, portati nel tempo a 280. Trazione posteriore, sospensioni a bracci (di alluminio) oscillanti, ripartizione dei pesi ottimale, sono tutte caratteristiche che rendono questa RX-7 una sportiva di razza, in grado di raggiungere una velocità massima (autolimitata) di 250 km/h.

11_Mazda_787B_Le_Mans_1991

787B (1991). Può un’auto da corsa essere iconica? Certo, soprattutto se è una di quelle che spiccano per caratteristiche uniche nella storia del motorsport. È di sicuro il caso della 787B, unica vettura a motore rotativo (nonché prima giapponese) ad aver vinto la più prestigiosa delle gare di durata, la 24 Ore di Le Mans. Accade nel 1991, quando già la Mazda può vantare una discreta carriera sportiva, iniziata negli anni 60 con la Cosmo 110 e proseguita, soprattutto nelle gare americane, con la RX-7. Ma Le Mans ha un sapore unico e la 787 vi si affaccia per un primo tentativo nel 1990, ripresentandosi all’edizione successiva con una Sport-Prototipo evoluta. Il campo dei partecipanti è agguerrito, visto che vede scendere in lizza ben tre Case di primissimo piano, la Jaguar con le sue XJR-12, la Mercedes con le C11 (una delle quali guidata da un giovane promettente, tale Michael Schumacher…) e la Peugeot con le 905; senza dimenticare un lotto di Porsche 962C, invecchiate ma sempre competitive. Alla fine, alle 16 di domenica 23 giugno, davanti a 230 mila spettatori accorsi a vedere la gara, è la Mazda 787B di Johnny Herbert, Bertrand Gachot e Volker Weidler a tagliare per prima il traguardo, mettendosi alle spalle tre delle Jaguar e la prima delle Mercedes, mentre sesta si classifica un’altra Mazda, guidata da David Kennedy, Stefan Johansson e Maurizio Sandro Sala. Caratteristica che rende unica la vettura è il propulsore, un quadrirotore di 2.6 litri, con 3 candele per rotore e condotti di aspirazione di lunghezza variabile, capace di erogare (con un rumore lacerante) fino a 900 CV, ridotti a 700 in gara per conservarne l’affidabilità. Il tutto, collocato in una monoscocca di fibra di carbonio e kevlar, realizzata in Inghilterra dalla Advanced Composite Technology.

12_Mazda_RX-8

RX-8 (2003). Ultima, ma non meno importante, in questa galleria d’iconiche Mazda è questa vettura che ha creato all’inizio degli anni 2000 una classe a sé stante, quella delle sportive a 4 porte (particolari, nella loro apertura “a finestra”) e 4 posti con motore rotativo. Stile personale e tecnologia raffinata ne sono le prerogative, insieme con le prestazioni elevate e il divertimento assicurato nella guida. Il merito è anche del motore, ancora una volta un Wankel, definito Renesis (Rotary engine genesis), con due rotori ognuno da 0,66 litri, raffreddato a liquido e capace di erogare 240 CV a 8.200 giri/min, con una coppia massima di 211 Nm a 5.500 giri, abbinato a un cambio manuale a 6 marce. Il tutto concentrato in un body compatto (arriva a 4,44 metri di lunghezza), equilibrato nella distribuzione delle masse e dotato di una nuova sospensione posteriore multilink, che garantisce una dinamica di marcia da sportiva, sulla quale vegliano anche i controlli elettronici di stabilità e di trazione. Le prestazioni, del resto, parlano chiaro: velocità massima di 235 km/h e 0-100 bruciato in 6,4”. La produzione della RX-8 cessa alla metà del 2012.

COMMENTI

  • Spesso ci si dimentica di una delle poche Mazda vincenti nel motorsport, Mazda 323 nella serie Bf gtx, e poi nella serie Bg gtx e gtr ha vinto 3 mondiali rally gr N. L'auto più vincente prima del dominio Mitsubishi.
  • Io ho visto (e sentito, soprattutto) a Le Mans la 787B, semplicemente impressionante (soprattutto per il sound)
  • Interessante raccolta, alla quale avrei aggiunto anche la Xedos 6 (o Eunos 500 in alcuni mercati) del 1992, elegante berlina sportiveggiante dalle forme morbide e organiche che rispecchiava in pieno il "biodesign" in voga in quegli anni, e la MX-3 del 1991, coupé compatta caratterizzata sempre da forme morbide e organiche che montava un interessante, minuscolo V6 da 1.8 di cilindrata.
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