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Gianni Agnelli
Al secolo l’Avvocato

Gianni Agnelli
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Pare passata un’era geologica. Oggi Gianni Agnelli compirebbe "solo" cento anni, ma sembrano mille. Me lo ricordo intervistato da Enzo Biagi, una sera di un Sanremo, anni 90. Alla fine dell’intervista, Agnelli diceva che non l’avrebbe guardato, il festival. Biagi risponde: "Avvocato, non sa cosa si perde". Agnelli: "Non sapete cosa vi perdete voi". All’epoca, il primo industriale d’Italia era ancora al massimo del suo splendore, nello specifico al massimo della rappresentanza identitaria-sociale, ciò che andava bene per la Fiat andava bene per l’Italia e viceversa. I nuovi modelli di auto venivano presentati al Quirinale o a palazzo Chigi e ci sono foto di ogni utilitaria o berlina con i rispettivi presidenti della Repubblica o del Consiglio. Insomma, davvero, autobiografia d’Italia, anche se, come è noto, l'Avvocato si occupò pochissimo di auto, almeno nella loro dimensione produttiva ed economica. Non che non gli piacessero, anzi: ma lui era un sovrano, e non poteva certo seguire la volgare fabbricazione o amministrazione. Di auto, però, la sua esistenza fu circondata: dalla baby Bugatti su cui è ritratto bambino, negli anni 30, alla 166 MM Barchetta con carrozzeria Touring degli anni 50, alle Panda che aveva in ogni sua residenza (una dozzina, in totale, si scoprì, quando aprirono il testamento) alla Lancia Thema limousine, stesso modello utilizzato da Madonna per il suo tour italiano del 1987, passando per la Fiat 130 Villa d’Este station wagon, col portapacchi di midollino, e la 125 S blu con targa Torino A00000.

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Uomo di spirito. E poi gli scherzi leggendari: all’amico editore Dino Fabbri, che aveva appena comprato una Rolls fiammante: "Bella macchina. Ma che interni di merda", disse. E lo convinse che una macchina non era veramente degna se non avesse, al posto dei sedili di serie, delle vere poltrone Luigi XVI (e il povero Fabbri eseguì). Oppure, quando tanti italiani cominciavano ad avere i primi radiotelefoni, lui che era stato il primo faceva rispondere dall’autista: "L'Avvocato è sull’altra linea". Oggi che la Fiat ha un altro nome, si chiama Stellantis dopo la fusione con i francesi di PSA e anche il nome Agnelli, che ancora 20 anni fa suscitava emozioni forti, celebratissimo o odiatissimo, chissà cosa evoca ai più giovani. Pure la sua figura non andrebbe neanche più bene forse come modello di ruolo, nella società in cambiamento. Le sue massime oggi sarebbero considerate sessiste e al top del patriarcato: "Solo le cameriere si innamorano" solleverebbe rivolte. "Andavo a Capri quando le contesse facevano le mignotte, oggi che le mignotte fanno le contesse non mi interessa più", provocherebbe denunce. Però ai tempi suoi era un simbolo, appunto un'eccezionale figura di sovrano senza trono, che però, come i sovrani, aveva un potere sottile ma efficacissimo, e non solo economico.

I legami con il palazzo. Al Quirinale e a palazzo Chigi non ci andava solo a presentare le macchine. Tra le due corti, quella repubblicana e quella automobilistica, c'erano legami diretti: gli Agnelli erano anche una riserva della repubblica in servizio permanente effettivo, con prestiti e scambi. Susanna, la sorella che rispondeva agli italiani nella rubrica delle lettere su Oggi, con risposte feroci, di tanto in tanto faceva il sottosegretario o il ministro degli Esteri quando la situazione lo richiedeva. E Fidel Castro, talvolta, poteva essere avvistato uscire dal Quirinale ed entrare nel palazzo di fronte, la celebre casa Agnelli (che sovrastava il Colle in altezza). L'Avvocato e, in generale, la famiglia erano una specie di ultima spiaggia democratica: all’ennesima crisi, quando la situazione si faceva seria, lui telefonava ai suoi amici all’estero e rassicurava. Oppure metteva un suo uomo - come Renato Ruggiero, superdiplomatico di fiducia "prestato" agli Esteri nel secondo governo Berlusconi. La Fiat aveva una propria diplomazia parallela, i concessionari erano come delle ambasciate, come si lesse in "Vestivamo alla marinara", il romanzo scritto da Susanna, che tra le varie avventure che fecero sognare gli italiani raccontava di Gianni ferito alla fine della guerra, soccorso e salvato proprio grazie a un concessionario.

La Fiat, un mondo. All’estero, la Fiat aveva avamposti e spesso arrivava prima della politica ufficiale, come il colossale stabilimento di Togliattigrad, in Russia, aperto dai tecnici italiani per rifornire l’Unione Sovietica, avida di automobili e tecnologia, il 22 aprile 1970, per il centenario della nascita di Lenin, come è scritto in un bel libro da poco uscito ("Togliatti. La fabbrica della Fiat", di Claudio Giunta e Giovanna Silva). In cui si ricorda che la Fiat era davvero un mondo: c'erano le macchine, certo. Ma poi c'era la Juve, c'erano le colonie estive, c'era Torino, la città-fabbrica. E il suo sovrano, l’Avvocato, chiamato così anche se non aveva mai messo piede in un'aula di tribunale: da sovrano, oltretutto con educazione militare, era abituato a non lamentarsi mai, anche se la storia non è stata clementissima, con rovesci e dispiaceri accanto agli immani privilegi: con la Fiat quasi fallita, e salvata in corner da Sergio Marchionne; la morte prematura del nipote Giovanni Alberto, già erede designato; infine, il drammatico suicidio del figlio Edoardo. A 100 anni dalla nascita, chissà che ne è del mito, oggi. Tuttavia, nella galleria d’arte più importante di Torino, la Franco Noero, una delle mostre più visitate negli ultimi anni è stata quella di Simon Starling, artista inglese che presentava un’opera peculiare: una Fiat 125 S blu, proprio come quella dell’Avvocato (ma qui, perfettamente tagliata in due, con tubature e congegni in vista). A evocare un legame con un mondo perduto per sempre e forse, anche, un mondo splendente visto da fuori, ma più complicato e molto meno sfavillante di quel che si pensi al suo interno.

COMMENTI

  • Ho sempre pensato che per i Piemontesi, amanti della gerarchia di stampo feudale, persi i Savoia, gli Agnelli rappresentarono il transfer piu' immediato. Attendo pareri.
  • Ci siamo lamentati tanto dell'Avvocato ma almeno abbiamo visto tanti modelli e tanti sono ancora ricordati con nostalgia!! Poi sono arrivati gli eredi.....
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  • Da leggere ii libri di Moncalvo molti commenti lusinghieri non ci sarebbero
  • Non si è mai, appunto,direttamente occupato della Fiat e deve quasi tutto a Valletta, poi anche a Romiti, infine Marchionne..
  • Se avesse lasciato Vittorio Valletta al timone della Fiat facendola amministrare da uomini di formazione tecnica e lui avesse continuato a sciare sicuramente il Gruppo avrebbe conosciuto un destino migliore.
  • Certamente la sua figura ricorda quello di un principe rinascimentale (basta ricordare la pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, che svetta sul Lingotto a mo' di scrigno con i tesori che racchiude). Purtroppo quando ha provato a fare l'imprenditore i risultati sono stati scadenti, il più delle volte: punto unico di contingenza nel 1975 e cacciata di Ghidella a favore di manager incapaci in seguito. In quest'ultimo caso ha condannato la Fiat al declino e, praticamente, al dissesto. Riposi in pace
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  • Ritratto di un Italia che tra il bene e il male si stava meglio di adesso. Purtroppo ci siamo cacciati in troppi guai negli ultimi 20 anni ( Euro in primis ) e non ne usciremo piu' senza lacrime e sangue.
  • ancora a inginocchiarsi alla fiat? con tutti i guai che ha portato all'italia...
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  • Mi riallaccio alla storica "massima" citata dall'autore: "ciò che andava bene per la Fiat andava bene per l’Italia e viceversa", storicamente il ministro degli esteri italiano è sempre stato scelto (o comunque doveva essere approvato) dalla famiglia Agnelli, la vicenda del citato ministro Renato Ruggiero, costretto a dimettersi anzitempo nel 2002, suscitò la scomposta reazione dell'avvocato culminata con la frase: "Repubblica delle banane? In Italia non ci sono banane, ma solo fichi d’India". ......... Per il resto copio e incollo quanto ho già scritto l'altro giorno, secondo la storia e la cronaca, Gianni Agnelli è stato un grande "inciuciatore" nei salotti dell'alta società e della politica, ma con scarse capacità e soprattutto scarsa voglia di fare l'industriale vero, quello che si rimbocca le maniche tutti i giorni arrivando in azienda prima degli altri ed andandosene per ultimo. ...... Enzo Ferrari definiva Clay Regazzoni come un viveur, un danseur, un calciatore, un tennista e pilota a tempo perso, ecco, Gianni Agnelli è stato tutto questo (e anche di più) ma faceva l'imprenditore a tempo perso......
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  • Mia classifica: 1. Croma con il Busso 2. 130 Country 3. Spiaggina originale
  • Di chi non c'è più si parla sempre bene a prescindere !
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  • La 125 S era blu col tetto nero e i fari gialli per il mercato francese.
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