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Russia-Ucraina
Tra Putin e l'Europa, il futuro è sempre più made in China

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Per i costruttori cinesi il futuro sembra sempre più roseo. Le Case del Dragone non stanno solo accrescendo progressivamente la loro proiezione internazionale, in particolare in Europa, ma potrebbero anche acquisire enormi benefici in Russia, occupando lo spazio lasciato libero - obtorto collo - dai loro concorrenti occidentali.

Predominio elettrico. La crescente presenza all’estero di Pechino è dimostrata da alcuni dati dell’Amministrazione generale delle dogane cinesi, raccolti dal quotidiano giapponese Nikkei. Nel 2021, più della metà dei veicoli elettrici esportati a livello globale è stata prodotta in Cina: le fabbriche automobilistiche locali hanno esportato 499.573 veicoli a batteria, 2,6 volte in più rispetto al 2020 e quasi il doppio rispetto al secondo maggior produttore mondiale. La Germania, infatti, ha sì raddoppiato il suo export, ma si è fermata a circa 230 mila unità, mentre gli Stati Uniti sono scesi del 30% a quasi 110.000 unità e il Giappone ha assistito a un miglioramento del 24% ad appena 27.400 unità. Del resto, Pechino sta spingendo da anni sull’auto elettrica anche per affrancarsi dalle tecnologie endotermiche occidentali e per sfruttare il suo predominio in materie prime fondamentali per l’elettronica di consumo, per le batterie e per la microelettronica. Le politiche nazionali, affiancate da generosi programmi di incentivi e sostegni finanziari, hanno trasformato il Paese nella fabbrica mondiale delle auto alla spina: la Cina rappresenta il 57,4% della produzione globale di veicoli elettrici (3,99 milioni), a fronte del 22% dell’Europa, del 12% degli Usa e dello 0,9% del Giappone. Visti i bassi costi industriali e il facile accesso alle materie prime più importanti, il Dragone sembra destinato a mantenere anche in futuro una posizione dominante, come già avvenuto per altri prodotti di largo consumo (per esempio gli smartphone, prodotti per quasi il 70% in Cina) o display (60%).

L’invasione dell’Europa. Le Case cinesi, fino a pochi anni fa totalmente inadeguate a presidiare i mercati internazionali con le loro endotermiche, stanno dunque sfruttando le capacità interne nell’elettrico per ampliare progressivamente la loro presenza all’estero e approfittare di alcune “decisioni istituzionali”. È il caso dell’Europa, dove la proposta di mettere al bando i motori a combustione interna sta, letteralmente, aprendo il mercato europeo alle elettriche cinesi. I dati parlano chiaro: l’anno scorso, le esportazioni di veicoli alla spina made in China verso il Vecchio continente sono aumentare di cinque volte a 230 mila unità. L’Europa assorbe, insomma, quasi la metà dell’export cinese. In questo quadro risaltano i dati del Belgio, che ne ha importato per 87 mila, e del Regno Unito, con 50 mila. Non si pensi, però, che l’aggressività del Dragone, che ha utilizzato la Norvegia come testa di ponte per invadere il mercato europeo, abbia una matrice esclusivamente cinese perché delle quasi 500.000 elettriche esportate, più di 100.000, sembrano avere la loro origine nello stabilimento della Tesla a Shanghai. È un dato di fatto, comunque, che la Cina stia iniziando a mostrare i muscoli ai concorrenti occidentali.

Le conseguenze della guerra. L’espansione cinese non è destinata a fermarsi a specifiche categorie del mercato come le elettriche. Le Case del Dragone sembrano infatti in pole position per assumere una posizione dominante anche in Russia, approfittando delle conseguenze diplomatiche della guerra in Ucraina: i costruttori tedeschi, francesi o giapponesi, come Volkswagen, BMW, Renault o Toyota, hanno deciso di sospendere le loro attività produttive negli impianti russi o di fermare le esportazioni a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali. Peccato che Mosca abbia lanciato un avvertimento chiaro per il futuro nei confronti di chiunque abbia intenzione di abbandonare la Russia: chi lascia il Paese rischia di incontrare serie difficoltà a rientrare. Non solo. Il partito del presidente Vladimir Putin intende proporre delle misure per procedere con la nazionalizzazione delle attività delle aziende dei Paesi occidentali in fuga dalla Russia. A trarre vantaggio da una situazione del genere potrebbero essere i cinesi e non tanto per i rapporti di solida amicizia tra Mosca e Pechino. Finora, il governo di Xi Jinping non ha condannato apertamente l’invasione dell’Ucraina ed è perfino corso in aiuto di Putin acquistando petrolio, gas o derrate alimentari come grano e mais. I cinesi, che non hanno aderito ai provvedimenti sanzionatori occidentali, si dicono pronti a “un ruolo di mediazione” ma, intanto, stanno alla finestra pronti ad approfittare delle conseguenze economiche delle tensioni tra Mosca e l’Occidente. Aziende come la Great Wall, proprietaria di una fabbrica a Tula (circa 200 chilometri a Sud di Mosca), la Geely, presente in Bielorussia con uno stabilimento vicino Borisov, e la Chery, da tempo in trattative con la AvtoTor per assemblare veicoli a Kaliningrad, hanno acquisito importanti posizioni in Russia e ora potrebbero aumentare ulteriormente la loro presenza visto che, in caso di sanzioni prolungate nel tempo, agli occidentali sarà sostanzialmente impedito di operare in Russia. Il processo è ben avviato: secondo dati riportati da Automotive News, le esportazioni di veicoli cinesi verso la Federazione di Putin sono triplicate nel 2021 fino sfiorare le 123 mila unità, a dimostrazione di quanto la Russia sia già un bacino di sbocco preferenziale.

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