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La scatola nera conviene solo alle assicurazioni

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La scatola nera conviene solo alle assicurazioni
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Il fatto che la cosiddetta scatola nera in auto sia un affare più per le assicurazioni che per gli automobilisti è sensazione diffusa da sempre tra i guidatori. Nessuno, però, finora, si era preso la briga di determinare quanto conveniente fosse per le compagnie avere clienti che decidono di installare sul proprio veicolo la black box. Lo ha fatto l’Ivass, l’Autorità che vigila sulle assicurazioni. Nella “Relazione sull’attività svolta dall’istituto nell’anno 2021”, presentata ieri a Roma, sono contenuti alcuni dati piuttosto interessanti. Per esempio, vi si legge che “il premio in presenza di scatola nera si riduce in media del 10% rispetto ai contratti senza di essa”. Non male, in teoria. Se non fosse che, sempre secondo l’authority, “cambiare compagnia produce – a parità di rischio e clausole contrattuali – un risparmio tra il 12 e il 19%”.

La scatola nera aumenta la fedeltà… Insomma, se si vuole risparmiare, è preferibile tradire la propria assicurazione. Anche perché, rileva l’Autorità, “in diversi casi il premio cresce all’aumentare degli anni di permanenza con la stessa compagnia”. È il cosiddetto “price walking”, che, contrariamente al buon senso, punisce i clienti fedeli. E quelli più fedeli risultano essere proprio gli “adopter” della scatola nera, anche a causa della “difficoltà nel trasferire i dati storici della scatola ad altra compagnia”. “La scatola nera”, denuncia l’Ivass, “riduce la probabilità di cambiare compagnia del 60%”.

… e riduce la frequenza degli incidenti. In definitiva, la black box è un cattivo affare per gli automobilisti e un ottimo affare per le compagnie: “Per le imprese, la profittabilità della scatola nera si manifesta attraverso l’effetto di riduzione della frequenza dei sinistri (intorno al -20% a parità di fattori di rischio), ma anche attraverso l’applicazione di prezzi più alti e crescenti applicati agli assicurati fedeli”. Parola della massima autorità di vigilanza.

Solo uno su undici, in Italia, cambia assicurazione. E a proposito di fedeltà, i dati mostrano che, in generale, continua ad aumentare. Dai picchi registrati dal tasso di cambio nel biennio 2014-2015, pari al 14-15%, si è passati a percentuali di “tradimento” appena superiori al 9% nel 1° trimestre 2022.

Si riduce il divario con l’Europa… Ma non tutto va male nel settore dell’Rc auto. Nella relazione vi sono alcuni dati piuttosto interessanti. Per esempio, lo storico “gap” tra il prezzo medio delle polizze RC Auto in Italia al netto delle tasse (303 euro a fine 2020) e quello degli altri principali quattro paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia e Spagna) continua a diminuire. Nel 2020, ultimo dato disponibile, questa differenza è calata per il nono anno consecutivo, passando dai 206 euro medi del 2012 a 84 euro (-59,2%). Gran parte di questa differenza, 45 euro, è dovuta a un più elevato costo dei sinistri, ma pesano anche una superiore spesa media per commissione e costi di gestione e un superiore margine medio per polizza. Insomma, anche le compagnie dovrebbero fare la loro parte per allineare l’Italia al resto d’Europa.

… e quello tra le diverse zone d’Italia. E a proposito di gap, i prezzi risultano ancora eterogenei tra le macro-aree del Paese, ma continua la tendenza alla convergenza. Nel primo trimestre del 2022 il differenziale tra le zone storicamente più costose (Sud) e quelle meno (Nord Ovest) è stato pari al 17,1%. In soldoni, gli assicurati residenti nelle regioni meridionali pagano, in media, un premio più elevato di 57 euro rispetto agli assicurati del Nord Ovest (388 contro 331 euro). Come detto, però, l’Ivass rileva una convergenza dei premi pagati tra le macro-aree, con il calo complessivo dei prezzi più marcato nelle aree caratterizzate da premi più elevati. Rispetto al 2014, il Sud ha registrato una flessione del premio del 36,0% a fronte di una riduzione del 24,6% al Nord-Ovest.

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